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Il blog è stato aperto a fine luglio da Christian Tugnoli con l’appoggio di Andrea Salvarani.

Andrea Salvarani è uscito dal gruppo per problemi di salute e mancanza di tempo.

Le visite del blog sono state 1.794 a settembre, 2.286 ad ottobre e 606 in questi 15 giorni di novembre. Visite totali del trimestre: 4.686.

I post più letti del trimestre sono Luis Ocaña con 248 visite, seguito da Scatti di Sport - IV con 242 e Portieri ai Mondiali con 196.

Il record di visite risale a Mercoledì 22 ottobre 2008 con 259. Il record precedente risaliva a Martedì 9 settembre 2008 con 115.

Chiavi di ricerca

Una rassegna delle più curiose chiavi usate nei motori di ricerca per arrivare al nostro blog:

  • gerulaitis non perde mai - questo lo dici tu.
  • guanti portiere storici peter shilton - non siamo ebay eh…
  • il fisico di eddy merckx - non siamo neanche un sito porno…
  • partita di calcio disputata a wembley - tanto sono solo due o tre, no?
  • pallanuotisti - brava gente.
  • massacro lublino 1655 - è bello sapere di riuscire ad informare anche chi non cerca sport.
  • calcio palo porta - gol!
  • che giorno era 8 luglio 1964 - guarda che sul monitor, lì in basso a destra, hai il calendario…
  • yashchenko milan - forse intendevi shevchenko?
  • portiere della nazionale calcio spagnola - Casillas!
  • sciare - bello eh?
  • cin cin sul letto - …ricoprimi di baci… cin cin, cin cin…
  • marco regazzoni omicidio - devo preoccuparmi, Marco?
  • polizia+giuseppe ottomano - davvero, ragazzi…devo preoccuparmi??
  • italiano dispregiativo americano - …??
  • ex pugile diventato cantante - cercavi Pappalardo?
  • comunità di persone sport - bella definizione.
  • pugilato curiosità aneddoti storie - aspetta qualche settimana…
  • tutti i portieri della storia della germania - eh caspita…! è un po’ troppo anche per noi…
  • aneddoti su camoscio - Piero Angela NON scrive per noi.
  • figurine ciclismo - sì, abbiamo anche quelle!
  • posizione in sella a bici da corsa - alla bersagliera…!
  • alessandro bianchi fans club avezzano - bella Avezzano… ma chi è Alessandro Bianchi??
  • milone lotta - lotta Milone, lotta!
  • fascista lituano - a chi?!?

Autori

Nuovi autori: Francesco Monòpoli e Marco Regazzoni.

Numero di articoli scritti nel trimestre:

  • Giuseppe Ottomano: 4.
  • Marco Regazzoni: 3.
  • Christian Tugnoli: 3.
  • Damiano Benzoni: 2.
  • Francesco Monòpoli: 2.
  • Giorgio Pontico: 1.
  • Alex Grossini: 0.

Temi trattati:

  • Ciclismo: 5.
  • Sci: 2.
  • Atletica e affini: 1.
  • Calcio: 1.
  • Motori: 1.
  • Nuoto: 1.
  • Pugilato: 1.
  • Rugby: 1.
  • Tennis: 1.

News

  • Pare che Andrea Bacci abbia trovato un editore disposto a pubblicare il suo libro sulle Olimpiadi, quindi la pubblicazione sul nostro blog è annullata e gli auguriamo le migliori fortune!
  • Giuseppe Maddinelli dovrebbe unirsi a noi a breve.
  • Il blog ha raggiunto accordi di collaborazione con Diego Cacchiarelli di atleticanet e Alessandro Nizegorodcew di Spazio Tennis per uno scambio di segnalazioni. Il tutto grazie al formidabile impegno di Giuseppe Ottomano.
  • Ferdinando De Lucia ha impreziosito il blog con le sue figurine, subito balzate ai primi posti come articoli visitati. Purtroppo qualche settimana fa gli hanno commissionato un lavoro, e quindi la pubblicazione è temporaneamente sospesa.
  • I pezzi riguardanti Seelos e Luisetti sono stati tradotti rispettivamente in tedesco e in inglese da qualcuno utilizzando Google Translate. Il blog si lancia oltre confine…
  • Francesco Monòpoli e Giuseppe Ottomano stanno facendo una pubblicità incredibile al blog in tutto il web, e voglio quindi ringraziarli. È anche grazie a questa serie di segnalazioni, mai sfociate nello spam, che abbiamo raggiunto il record di accessi.

Progetti

  • Damiano, Giuseppe e il sottoscritto sono iscritti al sito anobii.com, dove si può mettere on-line la propria “libreria”. Se qualcun’altro volesse unirsi, si potrebbe creare un gruppo a nome Storie di Sport dove raccogliere le varie opere che usiamo come fonti, in modo da sapere chi ha cosa, nel caso servisse un’informazione.
  • Dopo essere capitato per caso sul post Curiosità - I ed aver visto che la foto di Fitz-James in uniforme era stata sostituita con la foto di una gentil donzella, ho cominciato a pensare ad un modo per preservare le immagini da cambi di nome (o addirittura la rimozione) effettuati dai siti da cui le linkiamo. Ho dato un’occhiata a Flickr, ma il servizio non mi soddisfa, mentre Picasa di Google, non è il massimo. Al momento non ho soluzioni. Caricare le immagini direttamente sul blog resta escluso, in quanto sarebbe solo uno spreco di spazio e le immagini sarebbero difficilmente raggiungibili dal resto del web. Un raccoglitore di immagini inserito in una comunità sviluppata, come Flickr, sarebbe l’ideale.
  • Dopo aver aperto la sezione Obituary, sto valutando l’opportunità di creare una rubrica riguardante i Libri di Sport, dove recensire periodicamente i libri dedicati allo sport che di volta in volta riteniamo meritori. Fatemi sapere i vostri pensieri a riguardo.
  • Sto valutando l’opportunità di pubblicare, tradotti, i pezzi che man mano vengono pubblicati sul blog dell’OlyMADMen team, che potete trovare qui. Visti i buoni rapporti con Bill Mallon, non penso ci saranno problemi.
  • Sto valutando anche l’opportunità di creare un logo per il blog, da inserire nella testata in sostituzione della suggestiva immagine di Argentina-Uruguay, finale dei Mondiali di calcio del 1930. Quando Ferdinando si sarà liberato proverò a chiedergli anche questo sforzo, e sarete tutti chiamati ad esprimervi a riguardo.
  • Sono alla ricerca di collaboratori che possano scrivere di pugilato, bacino inesauribile di storie e aneddoti. Se conoscete qualcuno fatemelo sapere.

Conclusioni

Il piccolo successo del blog continua e la qualità degli articoli è sempre alta. Francesco e Marco si sono subito integrati, sfornando articoli di qualità impressionante. Il nostro blog tratta argomenti di nicchia e non è certo un blog di news da seguire assiduamente, quindi gli accessi vanno valutati tenendo ben presente le caratteristiche del blog. Il lavoro continua ad essere eccellente e, personalmente, sono assolutamente soddisfatto del risultato. Purtroppo ho sempre meno tempo per scrivere, ma cercherò di mantenere il numero dei miei articoli alto.

Marc Cécillon

Marc Cécillon

Marc Cécillon

(30/07/1959, Bourgoin-Jallieu, Francia)

Cécillon, l’iceberg gigante

Si sveglia, confuso, con la testa che pulsa. Chiama la moglie: “Chantal, Chantal!”. Arrivano due gendarmi, si rende conto di essere in prigione. “Voglio mia moglie”, spiega. La risposta è secca: “Non puoi averla, è morta. Le hai sparato ieri sera”. È così che la vita di Marc Cécillon entra nel suo incubo più nero, l’8 agosto 2004, il giorno dopo aver assassinato sua moglie. “Ma io la amo, lei è tutto per me”, balbetta, mentre il mondo gli crolla addosso.

Venti anni di prigione, questo il verdetto della Corte d’Assise dell’Isère di Grenoble: cinque anni in più rispetto a quanto chiesto dall’accusa. Venti anni di carcere per un uomo distrutto. Il padre era morto di crepacuore pochi mesi dopo l’omicidio, incapace di spiegarsi come il figlio avesse potuto nascondergli i suoi problemi. Le figlie avute da Chantal - Angélique e Céline (24 e 22 anni al tempo del delitto) - si erano rifiutate di vederlo fino al processo. “Non potrò mai perdonare mio padre, ma lo amo ancora”, dichiarò Angélique, in lacrime, chiedendo alla corte clemenza: “Mi mancano i miei genitori, entrambi, e mio padre ha già pagato abbastanza per quel che ha fatto”.

Il caso Cécillon farà scalpore nell’opinione pubblica di una Francia così attaccata ai propri idoli sportivi da ignorare i loro difetti, le loro enormi inadeguatezze. “Avremmo dovuto essere più attenti e severi nei suoi confronti, avremmo dovuto notare che aveva bisogno di aiuto”, dichiarò Pierre Berthier, a lungo presidente del Club Sportif Bourgoin-Jallieu. Serge Blanco, che nella sua ultima partita internazionale (il quarto di finale di Coppa del Mondo del 1991, perso contro l’Inghilterra 19-10) aveva capitanato Cécillon con la maglia blu del XV di Francia, testimoniò al processo. Parlò di Cécillon definendolo “un giocatore forte e generoso in campo”, sottolineando poi che durante la sua lunga carriera il numero 8 non era mai stato ammonito, né aveva mai giocato sporco. “Le regole, però, sono anche quello che si impara nella vita, e la vita non è il rugby. Forse a Marc mancava un arbitro, nella sua vita, che potesse fargli vedere che aveva imboccato il cammino sbagliato”.

Il terremoto mediatico scosse profondamente la piccola comunità rugbistica di Bourgoin-Jallieu, quella che venerava Cécillon come un idolo e che più volte aveva chiuso un occhio, perdonato le sue inadeguatezze, minimizzato il suo alcoolismo e ignorato la sua depressione. Jean-François Tordo, amico e compagno di squadra di Cécillon, ricorda: “Marc veniva sempre invitato a brindisi e feste. Per la gente era motivo di vanto averlo come ospite o passare un pomeriggio a bere con lui”. Cécillon per Bourgoin era l’eroe locale, colui che era rimasto fedele alla squadra per 23 anni, contribuendo a sollevare il CS Bourgoin-Jallieu dall’anonimato e portarlo nel 1997 a una storica vittoria europea in Challenge Cup. L’anno prima del delitto gli era stata dedicata un’ala dello Stade Pierre Rajon, poi tornata ad essere un’anonima Tribune Est.

Cécillon, classe ’59, aveva cominciato a giocare a rugby a otto anni, nelle giovanili del Saint-Savin, sulle orme del padre e del nonno. Promettente nella palla ovale, il giovane Marc si rivelò un fallimento a livello scolastico: un presagio di quanto sarebbe avvenuto più avanti, dell’incapacità del giocatore di ottenere successi fuori dal campo da rugby. A quattordici anni lasciò la scuola per divenire apprendista di un pasticciere, anch’egli fanatico di rugby: era prassi consolidata che a Marc fosse dato il permesso di saltare delle ore di lavoro per potersi allenare. Fu così che il rugby divenne l’unica vita possibile per Cécillon, che nel 1976 si unì al CS Bourgoin-Jallieu, il club a cui rimase leale tutta la vita.

Il grosso successo arrivò alla fine degli anni ’80: durante il Cinque Nazioni del 1988 esordì in nazionale, capitanato da David Dubroca e a fianco a leggende del rugby francese come Blanco, Sella, Camberabero, Lagisquet e Berbizier. L’avversario era l’Irlanda, capitanata da Lehinan, ed i Bleus si imposero per 25-6. La Francia dovette dividere la vittoria di quel Cinque Nazioni con il Galles, prima di trionfare in solitaria l’anno seguente, edizione in cui Cécillon prese parte a due partite. Nel 1990 il “gigante tranquillo” del rugby francese non fu mai chiamato in nazionale, ma tornò l’anno seguente, facendo il suo esordio in Coppa del Mondo. Nel 1993 partecipò a tutti gli incontri del Cinque Nazioni, ottenendo la sua terza vittoria nel torneo e mancando il Grande Slam per una sconfitta di un solo punto contro l’Inghilterra. Nel 1995 disputò la Coppa del Mondo in Sudafrica: la sua ultima partita in nazionale fu proprio la semifinale con i padroni di casa. La Francia venne sconfitta 19-15, mentre gli Springboks di François Pienaar procedettero, andando a battere in finale gli All Blacks per conquistare il titolo di Campioni del Mondo. Sarà l’ultimo grande evento del rugby amatoriale: solo due mesi dopo l’International Rugby Football Board darà il via libera al professionismo.

La carriera di Cécillon però non finì dopo i 47 caps ottenuti e le dieci mete segnate in nazionale: a livello di club il suo anno d’oro fu il 1997, quando portò il CS Bourgoin-Jallieu a partecipare a ben tre finali. Se il XV d’Isère non riuscì a superare lo Stade Toulousain nella finale del campionato francese e il Section Paloise di Pau in quella della Coupe de France, il trionfo arrivò in una competizione europea. Il 26 gennaio la squadra di Cécillon sconfisse il Castres Olympique 18-9 allo Stade de la Méditerranée di Béziers e si aggiudicò la Challenge Cup, l’unico trofeo di prestigio mai vinto dal club. Nel 1999, dopo altre due finali (Coupe de France e Challenge Cup) sfumate, Marc Cécillon si ritirò dal rugby professionistico, diventando allenatore-giocatore dell’US Beaurepaire in Division Nationale 2: fu in quel momento che iniziò la sua spirale autodistruttiva.

Mentre i suoi vecchi compagni di squadra, come Blanco e Jo Maso, cominciavano attività commerciali di successo, Cécillon si rivelò incapace di riproporsi fuori dal mondo del rugby giocato. Prima si imbarcò in un business di vendita di campi in sintetico, che fallì miseramente, poi trovò posto nel suo vecchio club, il Bourgoin-Jallieu. Considerato troppo taciturno e introverso per diventare un dirigente o un allenatore, venne assunto come “ambasciatore”, ruolo che il giocatore considerò come un tradimento da parte del club a cui era sempre stato leale. Gli psicologi sportivi parlano di “perdità di identità”: l’intera esistenza di Cécillon era stata fondata sulla sua identità di campione e, da un giorno all’altro, si ritrovava a essere “un tale che una volta era qualcuno”. All’amarezza e all’inattività si mescolò l’abitudine al consumo di alcool e la predisposizione alla rissa. A tirarlo fuori dai guai c’era una sorta di complice accondiscendenza da parte della comunità di Bourgoin, sempre pronta a chiudere un occhio sulle bravate del giocatore.

Cécillon si chiuse in sé stesso e, a forza di chiudere occhi, nessuno fu più in grado di aiutarlo. “Era un uomo senza limiti, faceva qualsiasi cosa con passione. Credo ci fosse amore in quello che ha fatto, credo sia l’accumulo di anni di emozioni non espresse. Aveva bisogno di affetto e amicizia, ma allo stesso tempo non mostrava le sue emozioni. Come amico avrei dovuto essere più sensibile al dolore che teneva dentro di sé.”, disse Tordo, col senno di poi.

Era come un iceberg gigante, e noi potevamo solo vederne la punta.

I problemi erano tanti anche nel rapporto con Chantal, la moglie. Cécillon non era certo un santo: nel 1989 una ragazza diciassettenne sostenne di aver avuto un figlio da lui e nell’ambiente giravano parecchie voci riguardo alle sue scappatelle. Ciononostante il matrimonio era durato ben 27 anni e Chantal e le figlie, oltre al rugby, erano tutto ciò che Cécillon possedeva. Fu così che, entrato in depressione, cominciò ad avere una gelosia paranoica nei confronti della moglie. La vita familiare era diventata un inferno, tanto da spingere Chantal ad annunciare l’intenzione di chiedere il divorzio, pochi giorni prima del delitto. Al processo una delle figlie raccontò che durante un litigio il padre aveva sparato in aria con la sua pistola.

Già, la pistola. Una Taurus Brazil Magnum .357. L’aveva comprata durante il tour in Sud Africa del 1992, le ultime due delle cinque partite in cui Cécillon capitanò la Francia. Un compito per il quale non si sentiva tagliato, un altro ruolo per il quale si vedeva inadeguato. Fu quella pistola che Cécillon andò a prendere a casa, la sera del 7 agosto 2004, dopo esser stato cacciato dalla festa dell’amico Christian Beguy. Ubriaco fradicio, aveva schiaffeggiato Babeth, la padrona di casa, ed era stato allontanato. Costretto ad andarsene, aveva implorato Chantal, presente alla festa, di tornare a casa con lui. Lei si era rifiutata.

Cécillon provò la rivoltella sparando contro il soffitto, poi inforcò la sua Harley-Davidson. Si diresse verso casa di Beguy, entrò nella casa e, di fronte a sessanta invitati, aprì il fuoco cinque volte contro Chantal da distanza ravvicinata. Gli ospiti lo disarmarono a fatica. Quando la polizia arrivò trovò il gigante Cécillon, un metro e 92 per 110 kg, legato con del filo elettrico. Balbettava, impotente, chiedeva di Chantal.

Perché ho sparato? È una domanda che mi porrò per tutto il resto della mia vita. Sono esploso senza sapere perché. Sono caduto nell’alcoolismo, ero intrappolato nella mia piccola bolla. Era come vivere in un guscio di noce.


Fonti

“Rugby’s Brutal World Exposed By Killing”, Buzzle.com, 14/08/2004.
Alex Duval Smith, “’Quiet man’ of rugby held for killing wife”, The Independent, 09/08/2004.
Catherine Field, “Rugby star Cecillon – from national hero to murder accused”, The New Zealand Herald, 09/11/2006.
Kim Willsher, “Ex-French rugby star on trial for wife’s murder”, The Guardian, 07/11/2006.
Patrick Jackson, “The hardest tackle of them all”, BBC News, 10/11/2006.
“French sportsman guilty of murder”, BBC News, 10/11/2006.
Profilo di Marc Cécillon sul sito della Fédération Française de Rugby

Damiano “Billie” Benzoni

Zagabria, 13 maggio 1990. Zvonimir Boban colpisce un agente di polizia.

Zagabria, 13 maggio 1990. Zvonimir Boban colpisce un agente di polizia.

Il pomeriggio di follia prima del diluvio

Non ci vidi più. Mi avventai su un poliziotto e gli gridai: “Vergognatevi. State massacrando i bambini.” Lui mi colpì due volte urlando: “Brutto figlio di puttana. Sei come tutti gli altri.” A quel punto ebbi una reazione d’istinto. Gli fratturai la mascella con una ginocchiata. (Zvonimir Boban)

Anche se aveva appena ventun anni, Zvonimir Boban era già il capitano della Dinamo Zagabria, e in un’intervista di cinque anni dopo ricordò con queste parole le proprie gesta di quel pomeriggio del 13 maggio 1990. Per la Croazia, la sua futura patria, lui diventò un eroe, mentre il poliziotto che si sorbì in faccia l’eroica ginocchiata personificò l’oppressione dei serbi, l’etnia dominante nella federazione jugoslava ormai al capolinea. Poco importa se in realtà lo sfortunato agente della Milicija, come si chiamava allora la polizia, non fosse un serbo, ma un bosniaco musulmano, e che all’esatto opposto di un oppressore, appartenesse a una delle popolazioni più bistrattate della federazione. E per la leggenda ancora meno importa che nonostante fosse di religione islamica, porgesse cristianamente l’altra guancia, anzi l’altra mascella, non soltanto perdonando a Boban la ginocchiata, ma anche affermando di comprenderne le ragioni.

Gli incidenti scoppiati quel giorno allo stadio Maksimir di Zagabria tra gli ultras della Dinamo, i Bad Blue Boys (il nome si ispira a Bad Boys, un mediocre film del 1983 con Sean Penn), e quelli ospiti (si fa per dire) della Stella Rossa di Belgrado, i sedicenti Delije, un’espressione serba corrispondente a Eroi, non traevano origine dalla semplice rivalità calcistica.

La prima concreta avvisaglia del furore nazionalista che era arrivato ad invadere gli stadi di calcio jugoslavi si era avuta poco più di un anno prima, il 19 marzo 1989 a Belgrado, quando la solita Dinamo aveva affrontato e sconfitto l’altra squadra belgradese del Partizan. In quell’occasione furono i tifosi croati a provocare i disordini, festeggiando la prestigiosa vittoria a modo loro: con tiri di petardi, fumogeni e bengala all’uscita dallo stadio. La reazione dei loro rivali serbi non si fece attendere, e si scatenò tra un fitto lancio di pietre, degenerando poi in una vera e propria guerriglia urbana, con tanto di scontri corpo a corpo e mezzi pubblici incendiati. Il tutto in un sottofondo di cori guerreschi dai toni più sciovinistici che patriottici.

Eppure in Jugoslavia le tifoserie ultras si erano formate in netto ritardo rispetto ai paesi dell’Europa occidentale. Fatta eccezione per un episodio isolato nel settembre 1978, quando i supporters del Partizan di Belgrado seminarono il panico sul treno che li doveva portare a Sarajevo per la partita contro la squadra locale, i primi gruppi organizzati avevano visto la luce solo nel 1982. Inizialmente erano limitati alle due squadre principali di Belgrado, la Stella Rossa ed il Partizan. Ma già alla metà degli anni ottanta il fenomeno si era esteso a tutte le città più importanti del paese.

Anche se rispetto agli altri stati socialisti la Jugoslavia godeva di un indiscutibile grado di apertura, era pur sempre governata da un regime totalitario e sorvegliata da una polizia asfissiante, che non esitava a ricorrere al pugno di ferro per reprimere i minimi segnali di turbolenza negli stadi. Ma dal 1989, con le liberalizzazioni introdotte dal nuovo primo ministro della federazione Ante Marković, furono indette le prime elezioni libere in tutte le repubbliche, e di conseguenza anche la morsa poliziesca si allentò improvvisamente. I sentimenti di identità nazionali, che dal secondo dopoguerra erano stati ibernati all’interno della Jugoslavia socialista, poterono esprimersi di nuovo con la loro carica dirompente. Nella Croazia, che durante la seconda guerra mondiale aveva conosciuto una breve indipendenza sotto il regime degli Ustaše (Ustascia) di Ante Pavelić, emerse l’HDZ (Hrvatska Demokratska Zajednica), l’Unione Democratica Croata, il movimento indipendentista guidato dal futuro presidente della repubblica Franjo Tuđman.

Alle elezioni del 7 maggio 1990 proprio l’HDZ ottenne una larghissima maggioranza parlamentare, al termine di una campagna elettorale impostata su toni di feroce contrapposizione nei confronti della Serbia, governata a propria volta da un leader emergente non meno nazionalista ed estremista: un certo Slobodan Milošević.

In questa atmosfera già surriscaldata fino al parossismo, anche il calendario del campionato jugoslavo di calcio ci mise lo zampino, e solo sei giorni dopo, il 13 maggio, fece incontrare a Zagabria il simbolo dell’orgoglio croato, la Dinamo, proprio con il suo corrispondente serbo, la Stella Rossa di Belgrado.

Zagabria, stadio Maksimir, 13 maggio 1990

I giovani tifosi belgradesi, i Delije, guidati da un meno giovane signore di quasi quarant’anni che si chiamava Željko Ražnatović, divenuto poi noto col soprannome di Arkan, arrivarono nella capitale croata in tremila. Ma già durante il viaggio in treno si comportarono come un’orda di trentamila visigoti, devastando le carrozze e terrorizzando i passeggeri. Una volta scesi alla stazione di Zagabria non riuscirono a trattenersi dal fracassare la maggior parte delle vetrine dei negozi durante il cammino verso lo stadio Maksimir.

Gli ultras croati, i cosiddetti Bad Blue Boys, ci tennero a non essere da meno dei loro odiati avversari, e dentro lo stadio prepararono il terreno per la rissa intonando cori di provocazione nei loro confronti.

La tensione salì rapidamente. Non appena le due squadre scesero in campo e l’arbitro fischiò l’inizio della partita, la debole polizia presente perse completamente il controllo della situazione. I serbi, dopo avere divelto i posti a sedere delle gradinate, scavalcarono in massa le deboli recinzioni ed invasero il settore dei croati. Furono scontri corpo a corpo, ma per fortuna ancora a mani nude e al massimo a colpi di seggiolini di plastica. Solo un anno dopo però, molti tra i tifosi più focosi di queste due squadre avrebbero potuto coronare i propri sogni di guerra imbracciando fucili e pistole vere sui campi di battaglia della Slavonia e della Krajina. E alla memoria di quelli che non sarebbero riusciti a tornare a casa, lo stato croato dedicherà alla fine della guerra un monumento proprio davanti allo stadio Maksimir con questa iscrizione:

Ai sostenitori della squadra che su questo terreno iniziarono la guerra contro la Serbia il 13 maggio 1990.

In questa “guerra in miniatura”, che dagli spalti si spostò sul campo di calcio, facendo rifluire di corsa negli spogliatoi i giocatori spaventati (tranne l’eroe del giorno Boban e pochi altri), fu forse un miracolo se non ci scappò il morto. Ma inevitabilmente in tanti si fecero male. E tra i settanta minuti di battaglia all’interno del Maksimir e le altre tre ore fuori in città, si contarono 59 feriti tra i tifosi e 79 tra gli agenti della Milicija, 17 tram e alcune decine di auto in sosta devastate, oltre a 132 persone arrestate.

I giornali del giorno dopo, sia croati che serbi, non enfatizzarono troppo la portata degli scontri di Zagabria, e ne attribuirono le cause a un generico teppismo da stadio. Ma solo pochi mesi dopo, il 26 settembre 1990 a Spalato, all’apertura dell’ultimo campionato di calcio della Jugoslavia unita, un’altra partita, Hajduk-Partizan Belgrado divenne la scintilla per nuovi incidenti a sfondo etnico. E questa volta i tifosi non si limitarono a invadere il campo a mani nude, ma facendo un passetto di qualità, si portarono dietro anche le spranghe.

Dalla guerra del 1991, oltre che sull’intera ex-Jugoslavia, la lunga notte scese anche sul suo calcio. E si dovette aspettare il 18 agosto 1999 per poter rivedere in campo due formazioni serbe e croate. Finalmente questa fu la volta buona, e allo stadio della Stella Rossa di Belgrado, detto anche, chissà perché, Marakana, sugli animi spenti da quasi cinque anni di conflitto sanguinoso la tranquillità prevalse sulla violenza. Ma un autentico fair play era (ed è anche oggi) ancora lontano. E raccontando la cronaca di quella partita l’inviato di Repubblica scrisse che all’intonare del proprio inno nazionale ”gli undici croati tennero per due minuti tutti la mano sul cuore, e i cinquantamila serbi in tribuna il dito medio alzato.”


Fonti
“Jugoslavia, calcio violento”, Repubblica, 22/03/1989.
“Violenti scontri tra nazionalisti serbi e croati”, Repubblica, 15/05/1990.
Mirjana Tomic, “138 heridos, 79 de ellos policías, en el ‘día más negro del fútbol yugoslavo’”, El País, 15/05/1990.
“Incidenti a Spalato”, Repubblica, 27/09/1990.
Alberto Costa, “Utili alla nazione quasi come soldati”, Corriere della Sera, 09/10/1995.
Giancarlo Padovan, “Belgrado, pulizia etnica allo stadio”, Corriere della Sera, 24/07/1997.
Emilio Marrese, “Slobo vattene, sei cotto”, Repubblica, 19/08/1999.
“Sono i «cattivi ragazzi blu» passati dalla guerra agli stadi”, Corriere della Sera, 10/08/2000.
James Davies, “No show as Croats set sail”, The Observer, 07/04/2002.
“Football, blood and war”, The Observer, 18/01/2004.
Valerio Marchi, “Sono ultrà e sono contro”, Limes, Marzo 2005.
Marin Cvitanovic, “The game that was never played”, The European Geographer, Ottobre 2006.

(Giuseppe Ottomano)

Carlo Clerici

Carlo Clerici

Carlo Clerici

(3/09/1929, Zürich, Svizzera - 28/01/2007, Zürich, Svizzera)

Un gregario in Paradiso

Il ciclismo è sempre stato una sorta di grande libro. E in questo grande libro si trova di tutto: storie di campioni che vincono e che perdono, che gioiscono e che piangono. Storie sempre ricche di intrigo, di fascino, di fedeltà e tradimenti, di giornate di gloria e di crisi epiche, storie rimaste negli annali e ricordate da tutti gli appassionati. Ma ci sono anche quei corridori chiamati “gregari” che non troveremo mai sulle prime pagine dei giornali, che non hanno mai amato la notorietà, chi per una scelta di vita, chi per dei limiti tecnici o atletici: forse solo nel racconto di qualche tifosissimo questi ciclisti trovano lo spazio che meritano. Un gregario passa le ore in testa al gruppo a tirare per il proprio capitano, che piova o che ci sia il sole. Un gregario fa la spola fra le ammiraglie e il plotone per portare le borracce. Un gregario è quello che cede la propria ruota o addirittura la propria bicicletta al suo leader quando questo ha avuto un incidente meccanico. E, perchè no, un gregario è anche quello che marca a uomo il rivale del suo capitano, usando una metafora calcistica. Ma ci sono dei giorni in cui qualcuno di questi corridori erroneamente definiti “di secondo piano” corre incontro alla gloria, guadagnandosi quello spazio sempre negatogli per le più disparate ragioni. Chi va in fuga e vince una tappa di un grande giro, chi vince una classica del Nord, chi una corsa minore. Ma ce n’è stato anche qualcuno (pochissimi per la verità) che, con una di queste azioni da lontano spesso suicide, ha ottenuto un posto tra i grandissimi, aggiudicandosi il Giro d’Italia piuttosto che il Tour de France, le corse che ogni ragazzo sogna nella sua gioventù e che ogni appassionato segue con più fervore. Carlo Clerici è uno di questi.

Un inizio difficile

Carlo Clerici nasce a Zurigo il 3 settembre 1929, da padre italiano, confinato a Lipari per motivi politici, e madre svizzera. La sua famiglia non naviga certo nell’oro, difatti sin da giovane Carlo lavora in officina ripulendo i telai delle biciclette da consegnare ai clienti. E qui, fra l’olio usato per le catene e l’olio di gomito del ragazzo, nasce la passione. Inizia a correre diciottenne, in un mondo che lentamente cerca di uscire dal cataclisma della seconda guerra mondiale. Dopo tutta la tradizionale trafila nelle categorie giovanili, ottiene buone prestazioni nel 1951 quando, fra i dilettanti, vince il Campionato di Zurigo e il Giro dei Quattro Cantoni. Questi risultati gli valgono la chiamata alla Condor, team diretto dal grande Learco Guerra, dove nasce l’amicizia col grande Hugo Koblet. Clerici vince il GP Suisse del 1952, mettendosi già in luce come uomo che non si tira mai indietro quando c’è da faticare. Grazie alla regola della “doppia appartenenza” in vigore in quegli anni, corre le corse italiane del 1952 e del 1953 con la Welter, team nostrano: ciononostante nella corsa rosa del ‘53 aiuta il suo amicone Hugo nella lotta contro Coppi, venendo meno agli ordini di scuderia. Questo gli costa il licenziamento e dalla stagione successiva, che lo vede primo nella Lucerna-Engemlberg, gareggia solamente per la Condor dove rimarrà fino al termine della carriera, sempre più legato all’Angelo Biondo Koblet.

La ”fuga bidone” e il trionfo

Ottenuta la cittadinanza elvetica, Carlo Clerici si presenta al via del Giro d’Italia 1954 con gli usuali compiti di protezione verso il suo capitano. La rivalità fra Hugo e il Campionissimo Fausto Coppi è particolarmente forte, dato il cosiddetto “sgarbo dello Stelvio” dell’anno prima: infatti, al Giro 1953 lo svizzero era saldamente in maglia gialla, tanto che permise al ragazzo di Castellania di vincere la terzultima frazione con traguardo a Bolzano “per la sua gente”, visto che ormai era ritenuto fuori dai giochi per la vittoria finale. Eppure, il giorno dopo Coppi, affrontando per la prima volta nella storia del ciclismo il passo che divide l’Alto Adige dalla Valtellina, diede all’avversario una legnata in termini cronometrici tale da sovvertire la classifica e da aggiudicarsi quel Giro d’Italia con 1′30” di margine. Con queste premesse, è chiaro che l’anno successivo ci sarebbe stata battaglia. Koblet infatti promette nel 1954 una corsa dura, durissima sin dalle prime frazioni, ma nella cronosquadre d’apertura a Palermo perde 4′16” dalla celeste Bianchi del Fausto. La corsa si infiamma già nella seconda frazione, conclusasi con la vittoria di Minardi a Taormina e la crisi di Coppi, visto che Koblet gli rifila oltre cinque minuti. Tuttavia in quelle prime frazioni, non propriamente piatte come dei tavoli da biliardo, i due grandi contendenti non si danno battaglia come sperato dagli organizzatori e dai tifosi, lasciando spazio ai vari Defilippis, Contorno e Van Steenbergen. La sesta tappa è la Napoli-L’Aquila, dal percorso vallonato e nervoso, ideale per una sfida tra i big. Ma anche qua prevale un’azione da lontano, composta da cinque atleti: il gruppo lascia fare, Coppi attende le grandi montagne e Koblet ha il fido Carlo Clerici tra i fuggitivi. La crescente latitanza del plotone fa acquisire proporzioni enormi ai coraggiosi scattati di primo mattino, e sul traguardo abruzzese è proprio il buon Clerici ad avere la meglio, precedendo Nino Assirelli e Peeters. Gli “assi” giungono sul traguardo con la bellezza di 34′ di ritardo. Sebbene il distacco sia impietoso, la maggior parte degli addetti ai lavori non ci dà molto peso, visto che le grandi montagne sono in agguato. Passano un’altra decina di tappe, si lasciano alle spalle i colli appenninici ma nulla cambia: i campioni dormono, il pubblico fischia, i comprimari vincono e Clerici cede appena 2′30” al suo capitano sull’Abetone. Lo sconosciuto italo-svizzero si difende egregiamente nella cronometro di Riva del Garda e non va in crisi nemmeno nel tappone dolomitico di Bolzano vinto da Coppi. Si arriva così alla penultima tappa: 222 chilometri fra Bolzano e Sankt Moritz. In mezzo il mitico Bernina, e la gente si aspetta un’impresa stile Stelvio del Fausto nazionale che deve recuperare ancora mezz’ora sul giovane ragazzo di Zurigo. Succede l’inverosimile: il gruppone, in lite con la direzione di corsa per questioni di soldi, scala la montagna a passo d’uomo, consegnando di fatto il Giro nelle mani di Clerici. E’ il cosiddetto “sciopero del Bernina”, passato alla storia come uno dei gesti di ribellione più clamorosi della storia della bicicletta. Solo nel finale di tappa attacca Koblet e va a vincere per distacco sul vecchio Bartali, senza scalfire minimamente la leadership del compagno di squadra. Il giorno dopo, al velodromo Vigorelli di Milano, una sonora pioggia di fischi accolse Coppi e Koblet e risparmia solo in parte i “coraggiosi” Assirelli, terzo nella classifica finale, e Clerici, vincitore a sorpresa di quel Giro con oltre 24′ sul capitano Koblet.

Ritorno alla normalità

Carlo Clerici non è un campione: ha saputo sfruttare al meglio l’opportunità della vita, anche per una serie di circostanze irripetibili. In quello straordinario 1954, infatti, chiude il Tour de France in dodicesima posizione a una cinquantina di minuti da Louison Bobet. Dalla stagione successiva riprende il suo “lavoro sporco”, dietro le quinte, fra borracce e forature, tirate e cadute. Vince il Gran Premio di Zurigo del 1956, anno in cui si aggiudica anche il GP Le Locle. Si ritira appena ventinovenne, nel 1957, dopo aver trionfato nuovamente nella Lucerna-Engelmberg. La sua vita scorre tranquilla: sposato con una ragazza che aveva salvato da una valanga, dimostra di essere un vero signore, sempre pacato e disponibile anche con la stampa, elegante e ricco di dignità e charme. Ma di quest’uomo “normale”, deceduto nella notte del 28 gennaio 2007 per un male incurabile, rimarrà sempre il ricordo di quella epica e per certi versi assurda fuga-bidone che lo innalzò dalla comune quotidianità alla gloria del ciclismo.


Fonti:
Lamberto Righi e Davide Cassani, Nuovo almanacco del ciclismo 2005, Gianni Marchini editore.
Marco Pastonesi, “Addio Clerici, eroe di un giorno”, La Gazzetta dello Sport, 29/01/2007.
Marco Blaser, Gian Paolo Ormezzano e Sergio Zavoli, Ferdy Kübler e Hugo Koblet: Grinta e fascino di un ciclismo d’altri tempi, Banca Popolare di Sondrio, 2006.
http://www.museodelciclismo.it/

Marco Regazzoni

Speciale Federico Luzzi

Alessandro Nizegorodcew ha pubblicato sul suo blog Spazio Tennis un ricordo del tennista Federico Luzzi, scomparso improvvisamente il 25 ottobre 2008.

Sono disponibili i file audio (mp3) della puntata di “Ho Scelto lo Sport” dedicata allo sfortunato tennista, andata in onda su Nuova Spazio Radio il 28 ottobre.

All’interno di Spazio Tennis sono pubblicati anche altri articoli su Federico Luzzi.

Federico Luzzi e Alessandro Nizegorodcew

Federico Luzzi e Alessandro Nizegorodcew

(Storie di Sport)

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