Il signore degli ostacoli
Già appena pochi minuti prima della partenza della finale olimpica dei 400 metri ostacoli, il pomeriggio del 2 settembre 1972, John Akii-Bua riuscì a distinguersi nettamente dagli altri concorrenti. Un po’ perché era l’unico atleta di colore in una finale di soli bianchi, e un po’ in quanto calzava un paio di scarpette da corsa consumate da due anni. Ma soprattutto perché, mentre tutti gli avversari restavano immobili a ricercare la giusta concentrazione, spese il proprio tempo improvvisando passi di danza e lanciando baci e sorrisi al pubblico che gremiva l’Olympiastadion. Fu in questo modo che scaricò tutta la tensione accumulata durante una notte insonne, passata a rimuginare sulla malasorte, che gli aveva assegnato proprio la prima corsia, quella più interna, dove si è costretti a saltare gli ostacoli variando la gamba di appoggio.
Ma, nonostante l’immagine goliardica che dava di sé, John era un atleta coscienzioso, e seguì alla lettera la strategia concertata con il proprio allenatore, l’allora ventisettenne britannico Malcom Arnold, che vent’anni dopo condurrà anche il gallese Colin Jakson a vincere il campionato del mondo sui 110 ostacoli. Cominciò a correre al ritmo di tredici passi tra un ostacolo e l’altro nei primi 200 metri, per poi calare a quattordici e a quindici nella fase finale. Vinse la gara, strappando il primato mondiale con il tempo di 47”82 al campione olimpico di Città del Messico 1968 David Hemery, che giunse al terzo posto, staccato di quasi un secondo.
Fu il suo trionfo. E anche dopo avere tagliato il traguardo, continuò la sua corsa solitaria, saltando gli ostacoli come un’antilope. Poi riprese, tra gli applausi, quella danza festosa che aveva accennato prima della partenza.
John Akii-Bua era nato nel 1949 nella regione di Lango, nel nord dell’Uganda, in una famiglia patriarcale, retta da un capotribù con nove mogli e cinquanta figli. A sedici anni la morte del padre lo costrinse a trasferirsi nella capitale Kampala per cercare fortuna. Si arruolò così nella polizia, dove gli fu data la possibilità di praticare lo sport, e nel 1968 entrò a far parte della nazionale di atletica, guidata da Malcom Arnold, come specialista dei 400 ostacoli.
Il suo talento uscì presto allo scoperto, e dopo essersi classificato quarto ai Giochi del Commonwealth di Edinburgo nel 1970, cominciò la preparazione per le Olimpiadi. I metodi di Arnold fecero di lui un campione, ma al prezzo di allenamenti massacranti, tanto che nel proprio diario arrivò a definirli “innaturali”.
L’ombra di Amin
Subito dopo l’impresa di Monaco, tornò in Uganda, portandovi la prima medaglia olimpica della storia della nazione, che aveva acquisito l’indipendenza dalla Gran Bretagna solo nel 1962. L’accoglienza che ricevette in patria fu degna di un eroe, tanto che il presidente Idi Amin Dada, salito al potere grazie a un colpo di stato l’anno prima, lo riempì di onori. Gli regalò una casa lussuosa di cinque stanze nel centro di Kampala, lo fece avanzare di carriera nella polizia, gli dedicò uno stadio nel suo villaggio natale di Lira, e gli intitolò anche una via, che tuttora porta il suo nome, in un quartiere esclusivo della capitale. Ma in breve tempo il vento della fortuna cominciò a cambiare direzione. Amin fu contagiato dalla paranoia che di solito colpisce i dittatori, e vide nella sua enorme popolarità una minaccia al proprio potere. Così, a John Akii-Bua venne fortemente limitata la possibilità di viaggiare all’estero, e vennero create delle difficoltà anche per i suoi spostamenti interni, tanto che già alla vigilia delle Olimpiadi di Montreal 1976, poi boicottate dall’Uganda insieme ad altri paesi africani, era costretto a vivere come se fosse stato agli arresti domiciliari. Intervistato telefonicamente dalla rivista statunitense Sports Illustrated a metà del 1977, confessò che “oltre al lavoro nella polizia, la propria unica attività era quella di sdraiarsi sul divano ad ascoltare le canzoni di Diana Ross”, la sua cantante preferita.
Finché, nel 1979 l’esercito tanzaniano occupò l’Uganda, e il governo di Amin venne destituito. Per Akii-Bua avrebbe potuto significare la riconquista della libertà, ma per la sua gente la sua stella si era già spenta, e quello che vedeva in lui non era più l’eroe di Monaco, ma solo un privilegiato vissuto all’ombra del tiranno. Pochi giorni prima dell’arrivo dei tanzaniani, spaventato dall’anarchia che stava per impadronirsi di Kampala e dalla minaccia di rappresaglie nei suoi confronti, preparò la propria fuga. Mise prima al sicuro la moglie, anche lei poliziotta, e i tre figli oltre il vicino confine del Kenya. Poi partì anche lui, insieme a un nipote. E dopo una rocambolesca corsa in auto riuscì a ricongiungersi alla famiglia, al sicuro in un campo profughi. Ma le vie tortuose della politica non avevano ancora finito di tormentarlo. Il nuovo governo ugandese lo considerò un collaborazionista del deposto regime, e dopo un rapido processo in contumacia lo condannò a morte. Ma, mentre il governo keniano stava già preparando i documenti per il suo rimpatrio forzato, intervenne una mano inaspettata a tirarlo fuori dai guai.
La Puma, multinazionale di articoli sportivi alla ricerca di un testimonial, si interessò alla sua vicenda, e intercedette con successo presso le autorità keniane per lasciarlo libero di partire alla volta della Germania Occidentale insieme alla sua famiglia. A Herzogenaurach, la cittadina bavarese dove la Puma ha la propria sede, John Akii-Bua, oltre a prestarsi come uomo immagine, poté finalmente tornare ad allenarsi per preparare il ritorno in pista per le Olimpiadi di Mosca del 1980. Ma gli anni di inattività si fecero sentire. Alle olimpiadi la sua condizione atletica e il suo passo non erano più quelli di otto anni prima. E, nonostante l’assenza degli atleti statunitensi per il boicottaggio, tra i quali spiccava il detentore del nuovo record mondiale e campione olimpico uscente Edwin Moses, non riuscì ad arrivare oltre le semifinali.
Il ritorno in Uganda
Intanto il clima politico nella sua Uganda si andava stabilizzando, e il periodo di anarchia, durante il quale la sua casa venne saccheggiata e distrutta, e la sua medaglia d’oro di Monaco rubata dagli sciacalli, era terminato. Il nuovo governo democratico di Milton Obote gli concesse la grazia, e Akii-Bua decise così di ritornare a Kampala con la propria famiglia. La sua carriera di atleta però volgeva ormai al tramonto, anche se continuò l’attività fino alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984, dove la sua presenza si rivelò poco più che un’apparizione, e già al primo turno di batterie venne eliminato.
La sua vita ritornò a una modesta tranquillità. Venne reintegrato nei ranghi della polizia, e dopo il ritiro fu nominato selezionatore della nazionale ugandese di atletica. Tentò di realizzare il suo vecchio sogno di aprire una scuola sportiva. Ma intanto la sua famiglia si era allargata a undici figli, e la mancanza di denaro lo costrinse ad abbandonare questo progetto.
Nel 1997, a meno di cinquant’anni, John Akii-Bua morì in un ospedale di Kampala dopo una lunga malattia. Le autorità ugandesi, che gli tributarono l’onore dei funerali di stato, non specificarono mai quale fosse stata.
Fonti
Kenny Moore, “A Play Of Light And Shadow”, Sports Illustrated, 20/11/1972.
Ron Reid, “Scorecard”, Sports Illustrated, 20.06.1977.
“Völlig verändert”, Der Spiegel, 22/05/1979.
Roberto Quercetani, “addio grande Akii Bua fenomeno di Monaco 1972″, Gazzetta dello Sport, 23/06/1997.
Giorgio Rondelli, “L’Africa piange Akii Bua, re degli ostacoli”, Corriere della Sera, 23/06/1997.
Frank Litsky, “John Akii-Bua, 47, Is Dead; Ugandan Won Olympic Gold”, The New York Times, 25/06/1997.
Carlos Toro, “En la distancia, otro «juguete roto»”, El Mundo, 25/06/1997.
David Conn, “Notes on a scandal: John Akii-Bua and his journey from Munich gold to tragedy”, The Guardian, 06/08/2008.
(Giuseppe Ottomano)

