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Archive for settembre 2008

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Luis Ocaña

Luis Ocaña

Luis Ocaña

(9/06/1945, Priego, Spagna – 19/05/1994, Mont-de-Marsan, Francia)

Un colpo di pistola, l’estremo gesto. La vita del grande campione Spagnolo di ciclismo Luis Ocaña finisce così. Nella sua tenuta agricola, specializzata nella produzione di vini, in località Capuanne des Armagnac nel sud della Francia, quando mancano pochi minuti a mezzogiorno, si punta l’arma alla testa e preme il grilletto.
La corsa all’ospedale di Mont-de-Marsan e i tentativi di rianimazione sono vani.
La morte giunge, inesorabile, tre ore più tardi.
Nei fumi di quella pistola che si perdono nell’aria calda di primavera, lasciando tutt’intorno l’acre odore della polvere da sparo si può intravedere la pagina di storia sportiva ed umana scritta da un campione che non dovette “solo” disputare gare contro avversari del calibro di Merckx, Gimondi, Maertens, Zoetemelk, ma dovette fare parecchi conti con la sfortuna che si prese, spesso, gioco di lui.
La mala suerte, come scrivevano i giornali di Spagna, gli lasciò solo le briciole di quella che avrebbe potuto essere una carriera veramente impressionante.

Il sorriso triste del campione sfortunato

Jesús Luis Ocaña Pernía nasce in Spagna, a Priego (Cuenca), il 9 Giugno 1945, da una famiglia molto modesta costretta ad emigrare in Francia quando lui è ancora un ragazzino.
Qui il giovane Luis cresce. Capelli neri, sopraciglia folte, occhi scuri e profondi e sempre un sorriso che però esprime più tristezza che allegria. Cresce, molto, anche ciclisticamente: partecipa a parecchie corse per dilettanti e spesso vince, è praticamente impossibile non notarlo. I direttori sportivi delle squadre professionistiche cominciano a mettere gli occhi sul ragazzino venuto dalla Spagna e più di una squadra pensa di ingaggiarlo. Passa così al professionismo: la sua prima  squadra è la Fagor che lo assume nel 1968.
Le sue doti si fanno subito apprezzare dagli appassionati dello sport della bicicletta: passista veloce e costante ma anche scalatore dallo scatto bruciante e dalla progressione irresistibile quando le pendenze delle strade cominciano a fare arrancare i mediocri ed a fare letteralmente “impazzire” gli spettatori.
In patria però non è amatissimo, essendo di carattere chiuso e riservato, lui usa definire i sui connazionali “troppo chiassosi”. Non c’è il feeling che ci si può aspettare tra un popolo ed il suo campione. Forse anche perchè vive dall’altra parte dei Pirenei.
Gli viene dato il soprannome di  “lo spagnolo di Mont-de-Marsan”.

A quei tempi, a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, per quanto riguardava lo sport, la parola Ciclismo si poteva praticamente fondere ed identificare con il nome di Eddy Merckx: un formidabile atleta nato nella cittadina belga di Meensel-Kiezegem il 17 Giugno 1945, che correva per la squadra Italiana della Molteni, al quale era stato dato un soprannome che si può commentare da solo: il cannibale.
Merckx era il più forte di tutti, e i paragoni con i mostri sacri del passato erano all’ordine del giorno.
Nessuno sembrava in grado di contrastarne lo straripante predominio su qualsiasi terreno. Eddy era il più amato, ma anche il più odiato, e, come la venuta del Messia, si aspettava qualcuno capace di metterlo alle corde in una grande corsa a tappe.
Questa possibilità avrebbe potuto concretizzarsi nella Grande Boucle del 1971.

Tour de France 1971

Il 26 Giugno 1971, a Mulhouse, al via del tour de France, il favorito era sempre lui, il cannibale.
Ma in questo Tour succede qualcosa che, forse, avrebbe potuto cambiare la storia del ciclismo.

La Nevers – Puy de Dome fu vinta da Ocaña. Merckx giunse quarto, con 15” di ritardo dallo spagnolo riuscendo, comunque, a conservare la maglia gialla.
Lo spagnolo dichiarò ai giornalisti, in uno slancio di visione ottimistica che per carattere non gli apparteneva: “il Tour è cominciato oggi”.
Il 9 Luglio nella tappa Orcieres – Merlette venne scatenato un furibondo attacco da parte di Agostinho e dallo stesso Ocaña già sulle prime rampe del Laffrey.
Il gruppo si sbriciolò. La sorpresa e l’incredulità di tutti era palpabile di fronte all’inutilità dei tentativi di ri-agganciarsi ai primi da parte del belga. Si pensò, però, che essendo il traguardo molto lontano, la corsa avrebbe potuto essere agevolmente presa sotto il controllo degli uomini della Molteni.
Al comando, l’uomo di Mont-de-Marsan tirava come se si trattasse di una questione di vita o di morte.
Lo scatenato spagnolo si superò, e dopo ben 77 chilometri di fuga arrivò, in perfetta solitudine, a Orcieres Merlette con 8’43” di vantaggio su Merckx, terzo al traguardo, mentre la piazza d’onore fu per Van Impe a 5’52”.
Ocaña, mentre indossava il simbolo del primato, la mitica maglia gialla, fu festeggiatissimo.

Si ebbe l’impressione che in molti fossero felici per l’impresa di quel timido corridore spagnolo, capace di infliggere a Merckx quella che resta la più grande sconfitta subita nella sua luminosa carriera.
Soddisfatti che, forse, da quel momento in poi ci sarebbe stato qualcuno in grado di contrastare l’uomo di Meensel-Kiezegem  e di dare nuovamente vita ai classici dualismi tanto amati dagli appassionati delle due ruote e fonti di infinite discussioni sportive.
Ma Eddy era tutt’altro che rassegnato e ritornò prodigiosamente all’attacco nelle tappe seguenti rosicchiando 2’21” al rivale.
Si arrivò così ai piedi dei Pirenei con Merckx che aveva ancora un distacco di  7’23” dal primo in classifica, che, con il suo sorriso triste, portava fieramente la maglia Gialla per quelle che erano ormai diventate le “sue” strade: si era infatti nei pressi di Mont-de-Marsan.
Su queste montagne ci si sarebbe giocata la vittoria del Tour de France di quell’anno.
Ai piedi del Portet d’Aspet il cielo si oscurò improvvisamente, le nubi diventarono sempre più nere e si gonfiarono paurosamente, mentre il belga scattava ripetutamente nel tentativo di staccare lo spagnolo che, anche se a fatica, riusciva a rimanere alla sua ruota. Il forcing di Merckx era impressionante ed il ritmo imposto alla corsa era veramente infernale. Nonostante questo, al culmine della salita i due erano ancora insieme.
Luis non aveva perso neanche un metro e, tenuti ben stretti i suoi 7’23”, poteva quasi cominciare a pensare a Parigi come ad un trionfo di proporzioni semplicemente inimmaginabili in quegli anni.
Ma le condizioni atmosferiche vollero essere, a loro volta, protagoniste.
Sembrava scesa la notte, l’acqua ed il fango inondavano le strade; probabilmente, anzi, sicuramente, oggi quella frazione di corsa sarebbe stata sospesa per condizioni climatiche avverse. In gergo tecnico la tappa sarebbe stata neutralizzata; “congelando”, di fatto, la classifica ed i distacchi e consegnando, con ogni probabilità, la vittoria del Tour de France ad Ocaña.
Ma stiamo parlando del 1971. Quelli erano veramente altri tempi.
Le auto sbandavano. Alcuni corridori si fermavano aggrappandosi alle piante. Molti cercavano di frenare usando i piedi.
La discesa fu affrontata dai due contendenti in modo impressionante, incuranti delle condizioni della strada.
Merckx davanti, Ocaña poco dietro, scendevano e, come in trance, continuavano a pedalare mettendo continuamente a repentaglio la loro stessa vita giù da quella pericolosa discesa che sarebbe stata difficile da affrontare anche con buone condizioni atmosferiche.

All’uscita da una curva, Ocaña sbandò e finì contro un muretto. Provò a ripartire ma aveva difficoltà a rialzarsi, con i piedi ancora bloccati nei pedali. Stava per rimettersi in sella quando venne investito dal proveniente Zoetemelk, quindi da Carril e da Agostinho. Colpito duramente alla schiena era definitivamente fuori gioco.
Intanto Merckx si involava verso Luchon. Erano le 16:30 quando un elicottero trasportava il malconcio Luis in una clinica di Saint Gaudens.
L’incidente fu terribile: il corridore spagnolo rischiò seriamente di avere lesioni gravi e permanenti. Il giorno dopo Merckx non volle indossare la maglia gialla e dichiarò: “Non ho il diritto di prendere una cosa che non mi appartiene”. Questo gesto valse come una grande vittoria sportiva e, rendendolo più umano, lo incoronò campione anche come uomo.

Alcuni giorni più tardi Ocaña confidò ai giornalisti: “Mi sono sentito morire. Ho pensato a mio padre, a mia moglie, ai miei figli”. Anche Merckx andò a trovare Luis in ospedale per fargli coraggio e dirgli che un giorno il Tour lo avrebbe vinto sicuramente anche lui.

Anche nel Tour del 1972 il sorriso triste di Luis Ocaña non riuscì ad accendersi sui Campi Elisi. Si dovette, infatti, ritirare perchè colpito da una brutta forma di polmonite. Nel 1973 la corsa a tappe più importante del mondo fu  finalmente vinta dallo spagnolo di Mont-de-Marsac. Purtroppo, però, a quel Tour de France,  non partecipava Eddy Merckx che quell’anno volle prepararsi per trionfare anche alla Vuelta España. Fu comunque una grande vittoria con Ocaña che inflisse un distacco di 15’51” al secondo, il francese Bernard Thévenet.
Quell’anno lo vide anche sul podio del Campionato del Mondo di ciclismo su strada, svoltosi a Barcellona, sulle strade del Montjuich. Arrivò terzo al termine di una lunga volata vinta dal nostro Felice Gimondi. Al secondo posto si piazzò il belga Freddy Maertens, che tirò la volata al connazionale e suo capitano Eddy Merckx che, però, si qualificò soltanto quarto. Alle spalle proprio di Luis Ocaña.

Pochi istanti prima che il colpo di pistola rieccheggiasse tra le tranquille campagne francesi ed annunciasse al Mondo la volontà di Jesús Luis Ocaña Pernía di farla finita, chissà quali potevano essere i pensieri che ingolfavano la sua mente. Forse riguardavano i terribili incidenti subiti: tanti in bicicletta e due in auto che gli costarono, tra l’altro, la perdita dell’occhio sinistro. Forse alle gravi malattie: la polmonite e, sopratutto, l’epatite C sviluppatasi in seguito ad una trasfusione di sangue resasi necessaria per la forte perdita ematica dovuta ad uno degli incidenti in automobile.
Ma avrà pensato anche alle 110 vittorie di una carriera da grande del ciclismo. Una carriera che avrebbe potuto essere sicuramente anche più gloriosa senza la beffarda mala suerte che molte, troppe volte, gli “tagliò” la strada.

Non aveva più voglia di cadere e, sopratutto, non se la sentiva più di ripartire.
Si dice avesse problemi finanziari, si dice avesse problemi sentimentali, si dice che, solo dieci giorni prima gli fosse stato diagnosticato un male incurabile, si dice…
Si possono fare tante illazioni, ma sicuramente nessuno potrà mai sapere, e dire con certezza, perchè lo fece.
Il suo carattere chiuso, la malinconia sempre presente sul suo volto, forse una forma di depressione, non lo aiutarono di certo. Il suo sorriso triste si spense per sempre quel pomeriggio della primavera del 1994 nel sud della Francia, tra i suoi vigneti, tra i suoi pensieri.

7’23” che aveva di vantaggio sul grande rivale nel Luglio del 1971, dissipati in un volo in elicottero, saranno sempre nelle menti e nei cuori di tutti gli amanti del ciclismo e di quel campione che aveva osato sfidare gli Dei dello sport.


Fonti
“Si è ucciso Ocaña, l’anti Merckx”, Corriere della Sera, 20/05/1994.
Mario Gherarducci, “Il male di vivere degli atleti famosi”, Corriere della Sera, 31/05/1994.
Sergi López-Egea, “Luis Ocaña, el indomable”, El Periódico de Catalunya, 18/07/2007.
Mario Fossati, “Si uccide Ocaña, fece paura a Merckx”. La Repubblica, 20/05/1994.
Enric González, “Luis Ocaña se suicida en su finca”, El País, 20/05/1994.
Luis Alonso, “Ocaña: “En nuestro país se me subestima”, El País, 19/06/1976.
http://www.memoire-du-cyclisme.net.

Francesco Monòpoli

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Vitas Gerulaitis

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Toni Seelos

Toni Seelos

(4/03/1911, Seefeld in Tirol, Austria – 1/06/2006, Seefeld in Tirol, Austria)

La prima leggenda dello sci alpino e la genesi del Campionato Mondiale

“Il mio campo di allenamento è il pascolo, tagliare la legna è il migliore allenamento”. Queste le parole con cui un ragazzino austriaco poco più che ventenne, appena diventato campione del mondo di slalom, rispose ai giornalisti increduli che gli chiesero come fosse mai riuscito a distaccare il secondo arrivato, il connazionale Gustav Lantschner, di ben 10 secondi!

Il ragazzino in questione si chiamava Toni Seelos e l’anno era il 1933, a Innsbruck si stava disputando il Campionato del Mondo di sci alpino. Era un competizione giovane, giunta appena alla terza edizione (la cadenza biennale sarebbe stata istituita nel 1948), e i praticanti provenivano in gran parte dalla regione delle Alpi, poichè gli scandinavi, data anche la conformazione geomorfica delle loro terre, preferivano lo sci di fondo.

La FIS (dal francese Fédération Internationale de Ski) venne istituita il 2 Febbraio 1924, e nei primi anni di attività si occupò esclusivamente della promozione dello sci nordico. A partire dal 1928 su proposta dei paesi alpini (Svizzera, Francia e Italia) pose la sua attenzione anche sulla variante alpina includendo le gare di slalom e discesa libera. Fu però necessario vincere la resistenza dei paesi scandinavi, che in principio osteggiarono apertamente tale proposta.

Il 25 Febbraio 1930 si convocò a Oslo una riunione dei vertici federali. Il delegato svizzero Karl Danneger aprì il dibattito con una spiegazione delle regole delle due “nuove” discipline, nell’estremo tentativo di convincere i delegati svedesi, norvegesi e finlandesi a rivedere le loro posizioni. Quando il rappresentante della Federazione Norvegese N.R. Östgaard (futuro presidente FIS dal 1934) prese la parola comunicò ai presenti che le tre federazioni scandinave non avevano invece alcun motivo per impedire l’ingresso dello sci alpino all’interno della FIS. Fu una decisione storica e inaspettata. I tre presidenti scandinavi si erano riuniti in maniera informale il pomeriggio del giorno prima per concordare il cambiamento di linea. Tra l’incredulità generale l’allora presidente federale Ivar Holmquist fu ben lieto di aggiungere al paragrafo 3 del regolamento la dicitura “Downhill and Slalom races may be organized”1.

La prima competizione mondiale venne organizzata dal 19 al 23 Febbraio 1931 a Mürren, in Svizzera. Le gare maschili furono appannaggio della squadra svizzera che aveva i suoi assi in David Zogg e Walter Prager, mentre la pattuglia britannica dominò lo slalom e la discesa femminili con la diciottenne Esmè McKinnon. In questa edizione un giovanissimo Seelos partecipò alla gara di slalom, riuscendo a piazzarsi secondo. Utilizzava ancora quella che allora era la tecnica classica: la “Stemm Cristiania”.

L’evoluzione della tecnica e l’espansione della disciplina sportiva

Seelos fu il primo sciatore di cui si ha memoria che affrontò una gara di slalom mantenendo gli sci paralleli per tutta la lunghezza del tracciato, il che gli consentì di segnare tempi incredibili per l’epoca. Anni di studi e di esperimenti gli avevano consentito di elaborare questo tipo di sciata che lui denominò “Parallel Cristiania”. La maggioranza degli sciatori agonisti infatti adottava una tecnica denominata “Stemm Cristiania”, che se da una parte consentiva una velocità costante sia in curva che in dritto dall’altra non permetteva di accelerare oltre un certo limite, oltre il quale solitamente si perdeva il controllo, con esiti non troppo positivi. Si trattava in sostanza di un’antenata della tecnica “Spazzaneve” che oggi viene utilizzata a fini didattici dai maestri per far prendere confidenza ai neofiti con lo sci alpino.

La “Stemm Cristiania” fu inventata dall’austriaco di Sankt Anton Hannes Scheneider. Egli migliorò la “Stemmbogen” di Giorgio Bilgeri, che per primo concepì una sciata impostata prevalentemente sugli arti inferiori e il bacino con l’ausilio dei due bastoncini.

Prima di allora lo sci aveva una connotazione estremamente diversa da quella che si conosce oggi. Non c’era un concetto comune di sci come “strumento”: ogni regione montana possedeva un suo modello tipico, adatto alle necessità d’uso che il luogo imponeva. Non fu casuale la nascita dello sci di fondo in Scandinavia, terra pianeggiante e con pochi rilievi eccezion fatta per le Alpi Scandinave, un complesso orografico tuttavia molto vecchio che non garantiva pendenze utili alla pratica dello sci da discesa.

Nelle Alpi il boom dello sci, in precenza riservato a pochissimi “spericolati”, si deve principalmente a Sir Arnold Lunn, titolare di un agenzia di viaggi inglese specializzata nell’accompagnare viaggiatori facoltosi a compiere escursioni e a sciare. Nel 1924 sull’onda del successo di questi viaggi Lunn fondò il Kandahar Ski Club e l’anno successivo il D.O.C., “Downhill Only Club”, organizzando così le primissime “settimane bianche”. Nel 1931 insieme al già menzionato Hannes Scheneider progettò la prima edizione del Campionato del Mondo di sci alpino riconosciuta ufficialmente dalla FIS.

Le vittorie mondiali e la beffa olimpica

Nel 1933 il Campionato del Mondo si tenne a Innsbruck, a pochi chilometri di distanza da dove sorgeva il paesino d’origine di Toni, Seefeld: un centro di 3000 abitanti, famoso fin dal medioevo per la produzione di birra e la silvicoltura. Quell’anno Seelos si presentò al cancelletto di partenza dello slalom con in testa l’idea di sbaragliare gli avversari: sapeva di avere dalla sua parte una tecnica praticamente sconosciuta, ma assolutamente vincente.

Dopo la partenza i paletti sfilarono uno dopo l’altro. Destra, sinistra, ancora destra, una doppia, ecco il traguardo. Al termine della gara il suo tempo risultò il migliore. Allora non venivano conteggiati i decimi di secondo (oggi si calcolano anche i centesimi) ma un conto del genere sarebbe stato inutile: aveva vinto l’oro con una facilità estrema. Sul secondo gradino del podio sarebbe salito un altro austriaco, il cui tempo era di dieci secondi superiore a quello di Seelos: un infinità anche per l’epoca.

Dominò gli altri concorrenti anche in combinata, vincendo il secondo oro in una singola edizione, impresa mai compiuta in precedenza ad uno sciatore uomo.

Due anni dopo il campionato mondiale si svolse nuovamente a Mürren. Quella edizione fu un successo netto per l’intera squara austriaca che conquistò con il solito Seelos sia lo slalom che la combinata e con Franz Zingerle la discesa libera. Questi tre ori, a cui si aggiunserò anche un argento e un bronzo, consentirono all’Austria di concludere la manifestazione al primo posto del medagliere, mettendosi alle spalle Germania e Svizzera.

Dopo i successi ottenuti ai campionati del mondo l’alloro olimpico sarebbe dovuto essere una formalità. La IV Olimpiade Invernale venne organizzata nel 1936 in quella Germania nella quale pochi mesi prima furono emanate le tristemente note Leggi di Norimberga. La cerimonia di apertura del 10 Febbraio a Garmisch fu presieduta ufficialmente dallo stesso Hitler. Nonostante ciò tutti gli appassionati si aspettarono di vedere ancora una volta Toni intento ad umiliare un avversario dopo l’altro, ma il Comitato Olimpico Internazionale impedì la sua partecipazione: Seelos si guadagnava da vivere facendo il maestro di sci, mestiere che secondo i dirigenti olimpici lo elevava allo status di professionista e pertanto non corrispondente a criteri di partecipazione ad un Olimpiade.

Non fu l’unico sciatore a dover rinunciare a gareggiare (molti altri atleti svizzeri e austriaci furono “accusati” di professionismo) e così si accontentò di fare l’apripista della gara di slalom, facendo comunque fermare il cronometro sei secondi prima del vincitore olimpico. Anche se non ufficialmente, aveva fatto suo anche quello slalom e poco importa se gli almanacchi riportano un altro nome sotto la dicitura “campione olimpico”.

Poco dopo il ritiro dalle competizioni agonistiche fu costretto ad emigrare in Francia: il 10 Aprile 1938 Hitler fece il suo ingresso trionfale a Vienna, proclamando l’Anschluss il giorno successivo. Nel paese transalpino Seelos intraprese la carriera di allenatore, conducendo la nazionale del paese che lo aveva accolto a successi mai ottenuti prima.


1 “Gare di discesa e slalom possono essere organizzate”

Fonti

http://de.wikipedia.org/wiki/Anton_Seelos
http://it.wikipedia.org/wiki/Mondiali_di_sci_alpino_1935
http://archiviostorico.gazzetta.it/1997/febbraio/08/Kanda_che_mito_sconosciuto_ga_0_9702082204.shtml
http://www.seefeld.com/it/geschichte/index.php
http://www.fis-ski.com/uk/insidefis/history/fishistory.html

(Giorgio Pontico)

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Blog

Il blog è stato aperto a fine luglio da Christian Tugnoli e Andrea Salvarani.

Andrea Salvarani non ha scritto ancora nulla poichè ha avuto qualche problema di salute.

Le visite del blog sono state 6 a luglio, 253 ad agosto e 1.026 in questi 18 giorni di settembre. Visite totali: 1.285.

I post più letti sono Portieri ai Mondiali con 66 visite, seguito da Vladimir Yashchenko con 46 e Willie Anderson con 32.

Il record di visite risale a Martedì 9 settembre 2008 con 115.

Linea del Blog

  • No attualità, salvo eccezioni da valutare.
  • Temi: preferibilmente personaggi, match, aneddoti, statistiche, ricerche.
  • Storie da raccontare: sconosciute ai più oppure interdisciplinari, ovvero dove si fondono discipline diverse (storia, filosofia, politica, geopolitica…)
  • Fatti salvi questi tre paletti, ognuno ha piena libertà d’espressione, stile, trattazione. Si incoraggia l’uso di un layout simile per ogni post, per rendere omogeneo il blog anche come lettura.
  • Citare le fonti usate significa correttezza (verso chi le ha scritte o pubblicate) e completezza (del blog).

Autori

Il primo autore ad entrare nella squadra è stato Alex Grossini, seguito da Giuseppe Ottomano e in seguito ad un’inserzione su www.rugby.it Giorgio Pontico e Damiano Benzoni. Ferdinando De Lucia fornisce immagini rielaborate su richiesta.

Numero di articoli scritti:

  • Christian Tugnoli: 6.
  • Alex Grossini: 2.
  • Giuseppe Ottomano: 3 (1 in revisione).
  • Giorgio Pontico: 2.
  • Damiano Benzoni: 1.

Temi trattati:

  • Rugby: 4.
  • Atletica e affini: 5.
  • Calcio: 4 (1 in revisione).
  • Basket: 1.

News

  • Lo scrittore Andrea Bacci è intenzionato a pubblicare a puntate sul nostro blog un libro inedito sulle Olimpiadi.
  • Francesco Monopoli ha espresso il desiderio di unirsi a noi. Sto valutando un altro paio di autori.
  • Il blog è citato a pag. 81 nel Dai e Vai del Guerin Sportivo n.38 (16-22 settembre). Cito: “incursioni e incroci tra storia e filosofia” e “seducente menu”. Grazie di cuore ad Andrea Aloi.

Conclusioni

Ogni autore ha colto in pieno il senso del blog e l’ha fatto suo, migliorando il livello complessivo. Il blog ha avuto nel suo piccolo un successo inaspettato ed è merito di ogni singolo autore, quindi complimenti a tutti e che il blog rimanga un piacevole e divertente passatempo. Qualsiasi cosa verrà in più, sarà un successo.

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