Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘ciclisti’ Category

Articolo trasferito sul nuovo sito! Article moved!

CLICK on the logo and you'll be REDIRECTED.

CLICCATE SU QUESTO LOGO PER LEGGERE L'ARTICOLO

Annunci

Read Full Post »

Articolo trasferito sul nuovo sito! Article moved!

CLICK on the SportVintage logo above.

CLICCATE SU QUESTO LOGO PER LEGGERE L

 

Read Full Post »

Vito Taccone

Vito Taccone

(8/05/1940, Avezzano, L’Aquila, Italia – 15/10/2007 Avezzano, L’Aquila, Italia)

Chi mi accusa? Devi essere tu, Fernando Manzaneque, con quei connotati da delatore che ti ritrovi!

Giovane e vincente

Il ciclismo italiano ha sempre avuto in Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Toscana le sue fucine inesauribili di campioni. Nonostante ciò, di tanto in tanto anche il piccolo Abruzzo, terra di poeti e pastori, di mari accoglienti e monti innevati, sforna qualche grande ciclista. Danilo Di Luca, tanto per fare un nome: il vincitore più meridionale nella storia del Giro d’Italia è pescarese di Spoltore. Ma negli anni ’60, epoca in cui i grandi giri erano appannaggio di Anquetil, Gimondi e Merckx, un giovane abruzzese incantava i tifosi con i suoi numeri in salita. Era Vito Taccone. Nato ad Avezzano, nel cuore della montuosa Marsica, l’8 maggio 1940, questo ragazzo da giovane fa il garzone del fornaio del paese, effettuando le consegne in bicicletta, su e giù per il Monte Salviano. Passa professionista ad appena 21 anni con la gloriosa Atala, squadra dall’imponente passato. Da neoprofessionista partecipa al Giro d’Italia e gli bastano solo dieci tappe per far comprendere che tipo di corridore sia. E’ il 30 maggio, si arriva a Potenza: lo sconosciuto abruzzese, in compagnia di Junkermann, fa il vuoto sulla salita lucana e batte allo sprint il tenace scalatore tedesco. Vince con una dedica speciale per il povero Alessandro Fantini, anche lui abruzzese di Fossacesia, deceduto poche settimane prima a Treviri a causa di una rovinosa caduta mentre disputava lo sprint per quella tappa del Giro di Germania. Taccone chiude la corsa rosa al quindicesimo posto, conquistando anche l’ambita maglia verde di miglior scalatore, ma la sua stagione non è certo finita lì. Due tappe e la classifica finale alla Tre Giorni del Sud confermano il suo valore ogni volta che la strada sale e sono il preambolo a quello che sarà uno dei più grandi capolavori della sua carriera: il Giro di Lombardia. Quell’anno la corsa delle foglie morte affronta il durissimo Muro di Sormano, nei pressi di Asso: sono 1700 metri al 17%, con punte anche al 25%, affrontato subito dopo il leggendario Ghisallo. Una salita dove si sente veramente il battito cardiaco rimbombare nelle tempie. Chi meglio di Vito Taccone può domarlo? Nessuno. Nonostante un lieve distacco accusato in vetta, è proprio il giovane abruzzese a trionfare, con una grande rimonta nel finale, sul traguardo dello stadio Senigallia di Como, precedendo Massignan e Fontana. L’apoteosi di una stagione da incorniciare.

La leggenda del “Camoscio d’Abruzzo”

I grandi successi della prima stagione da professionista fanno in modo che Taccone sia tra i favoriti al via del quarantacinquesimo Giro d’Italia, nel 1962. La corsa rosa regala parecchi piazzamenti all’abruzzese (secondo all’Aprica e a Valdostane, terzo a Panicagliora) senza però dargli la gioia di un successo parziale: a ciò, si aggiunge l’amarezza per il quarto posto nella classifica finale a pochi secondi dal terzo classificato Nino Defilippis. L’unico acuto di quella stagione un po’ sotto le aspettative è il Giro del Piemonte, che conferma come Taccone possa ambire non solo alle frazioni alpine dei grandi giri, ma anche alle corse in linea dal percorso vallonato e selettivo.

La dea bendata è però intenzionato a ripagare l’abruzzese delle delusioni della stagione precedente. Nel 1963 veste la maglia Lygie e punta nuovamente sul Giro d’Italia. Il successo in primavera al Giro di Toscana dimostra la sua crescente condizione in vista della corsa rosa. Taccone sa che le sue doti non proprio eccelse di cronoman gli proibiranno di vincere una grande corsa a tappe, ma è anche ben conscio delle sue doti fuori dal comune ogni volta che la strada si arrampica. Si fa già a vedere nelle prime tappe, con un secondo posto a Pescara per il “suo” pubblico al termine di una lunga fuga fra Rionero Sannitico e Roccaraso. Ma è verso la metà di quella corsa che si scatena in tutta la sua forza. Asti, il santuario di Oropa, Leukerbad e Saint Vincent: quattro tappe consecutive, in cui Taccone dimostra la sua incredibile facilità di pedalata in salita e una sorprendente abilità nel vincere volate di gruppo ristrette (chiedere ad Adorni e Balmamion, più volte piazzati in questi quattro giorni). Nasce così la leggenda del Camoscio d’Abruzzo: proprio come il caprino caratteristico di Majella e Gran Sasso, Taccone si arrampica con leggerezza sulle montagne. Più la strada si inerpica, più il buon Vito fa la differenza: uno scalatore puro, di quelli che infiammano le folle. Anche la terzultima tappa, con arrivo a Moena, lo vede trionfare, suggellando così un’incredibile cinquina che però non gli vale più del sesto posto in classifica finale, ad oltre dieci minuti dal vincitore Franco Balmamion, essenzialmente a causa di una brutta caduta nella prima tappa che non gli impedisce tuttavia di aggiudicarsi la maglia verde di miglior scalatore. Leggendari, in quell’anno magico, i suoi duetti ricchi di sarcasmo con Sergio Zavoli, conduttore del celeberrimo “Processo alla Tappa”. Perché Vito, ragazzo cresciuto tra mille difficoltà e mille sacrifici nel cuore dell’Abruzzo, è così, sanguigno, focoso e istintivo come pochi. Entra di diritto nella storia anche della televisione italiana con questa frase: “Devo essere lupo perché ho fame, la mia famiglia ha sempre avuto fame. Ogni vittoria è una rapina”.

Massignan e Taccone sul Muro di Sormano, Giro di Lombardia 1961

Massignan e Taccone sul Muro di Sormano, Giro di Lombardia 1961

Lasciata la Lygie, Taccone corre per due anni con la Salvarani, squadra che ha già in rosa due grandi campioni come Arnaldo Pambianco e Vittorio Adorni: in questa sua nuova avventura lo segue il suo storico gregario Antonio Franchi. Il classico squillo primaverile, stavolta al Giro di Campania, inaugura il 1964 del Camoscio, che al Giro d’Italia, tormentato da problemi fisici, si deve “accontentare” del successo di Parma. Si presenta con intenzioni battagliere al Tour de France, e il terzo posto in avvio ad Amiens lo conferma. Purtroppo, non si limita agli scontri fatti di pedalate, scatti e controscatti. Lui, abruzzese orgoglioso, infiamma i suoi tifosi anche a parole (come visto l’anno precedente), con il suo modo di fare un po’ guascone e un po’ ribelle. Ecco spiegata la scazzottata, nel bel mezzo di quella Grande Boucle, con lo spagnolo Fernando Manzaneque. Qualche provocazione di troppo e Taccone scende di bicicletta nel cuore di una tappa per gettarsi sul povero spagnolo. Dopo quella vicenda, il Camoscio decide di non prendere più parte alla corsa transalpina.

Nel 1965 la vittoria alla Milano-Torino di marzo promette bene, ma al Giro d’Italia chiude per ben quattro volte al secondo posto (in realtà la tappa di Maratea lo vede vincitore, ma qualche scorrettezza di troppo in volata, tanto per cambiare, lo fa retrocedere al secondo posto).

Gli ultimi acuti di una carriera breve ma fenomenale al tempo stesso arrivano nel 1966, in maglia Vittadello, a fianco di quello che diventerà un guru del ciclismo nostrano come Franco Cribiori. Una fucilata al Giro di Svizzera fa da preambolo al Giro d’Italia. Prima tappa, volata a Diano Marina e vittoria del Camoscio davanti a Mealli e Zandegù. Per la prima e unica volta, Taccone veste la tanto ambita maglia rosa, ma le soddisfazioni di quel Giro terminano lì. La stagione viene completata dal successo al Trofeo Matteotti nel suo Abruzzo.

Dal 1967 al 1969 veste la maglia Germanvox e nel 1970 quella della Cosatto-Marsicano. Sfortunatamente, il Camoscio ha alle spalle i propri anni migliori e coglie l’ultimo trionfo al circuito di Chieti nel 1967, anno in cui è secondo al campionato italiano. Per il resto, tanti secondi e terzi posti nelle tappe del Giro d’Italia e in varie classiche del calendario nazionale, ma non ha più la brillantezza necessaria per fare la differenza e lasciare indietro i rivali.

I guai giudiziari degli ultimi anni

Lasciato l’agonismo, Taccone intraprende varie attività imprenditoriali ma torna spesso alla ribalta non tanto per i suoi successi in campo aziendale, quanto per le vicende giudiziarie. Nel 1973 viene denunciato per una rissa ad Avezzano causata da “futili motivi” in cui sono coinvolte altre 10 persone; verrà condannato a 3 anni e mezzo ma otterrà l’amnistia nel 1982. Altri guai giungono nel 1985, quando finisce in manette per aver partecipato ad un raid punitivo contro un hotel abruzzese per una vicenda di bische clandestine e assegni a vuoto. Grandissimo tifoso del corregionale Danilo Di Luca, Taccone riappare sulla cronaca giudiziaria nel 2007 in quanto accusato di associazione per delinquere finalizzata al commercio di capi di abbigliamento contraffatti o provenienti da furti e ricettazione. Lui, con quella pancia un po’ esagerata e quei capelli “bianchi come la neve della Majella”, si proclama innocente e compie gesti clamorosi come ammanettarsi davanti al Tribunale. Forse a causa dello stress procurato dalle vicende giudiziarie, le sue condizioni di salute peggiorano rapidamente: il 15 ottobre di quello stesso 2007, a causa di un infarto, finisce l’epopea del Camoscio d’Abruzzo. Battagliero in corsa e personaggio unico fuori, Taccone è passato alla storia come uno dei migliori interpreti della grande tradizione italiana di scalatori, quegli atleti agili e scattanti che incendiano la folla ad ogni scatto, veri idoli degli appassionati perché affrontano con leggerezza impressionante quelle montagne che i “comuni mortali” riescono a scalare solo con enorme fatica. In Abruzzo viene tuttora ricordato come un atleta simbolo del popolo: figlio di contadini, con le sue vittorie e la sua spontaneità nel parlare ha rappresentato il riscatto per quella terra magnifica, devastata dagli orrori della guerra e della povertà.


Fonti
Davide Cassani, Nuovo Almanacco del Ciclismo 2005, Gianni Marchesini Editore, 2005.
“Arrestato Vito Taccone”, Gazzetta dello Sport, 14/06/2007.
Gianni Ranieri, “Taccone, l’ultima salita del ribelle in bicicletta”, La Stampa, 16/10/2007.
http://www.suipedali.it/articolo/vito-taccone-e-morto-la-storia-del-camoscio-dabruzzo/175/.
http://www.ilciclismo.it/dev/index.php/app/ilciclismo/ilciclismoID/session/mod/pages_news_details/page_id/7410/chapter_id/4.
http://www.museodelciclismo.it.

Marco Regazzoni

Read Full Post »

Loretto Petrucci

Loretto Petrucci

(18/08/1929, Capostrada, Pistoia, Italia)

Una giovane stella

Terra di grandi ciclisti, la Toscana. Da Gino Bartali a Gastone Nencini, da Franco Ballerini a Michele Bartoli: una cospicua parte del plotone è sempre costituita da atleti nati in quella magnifica terra. E’ toscano anche Loretto Petrucci, forse una delle più grandi “incompiute” del ciclismo nostrano. Pistoiese classe 1929, questo ragazzo, dopo la consueta trafila tra categorie giovanili e dilettanti, passa professionista appena ventenne con una delle squadre più forti dell’epoca: la Legnano diretta da quel genio di Eberardo Pavesi. Un paio di vittorie e una serie di ottimi piazzamenti nelle principali corse in linea, come il Giro del Piemonte e la Coppa Bernocchi, confermano le doti del ragazzo di Capostrada, che nel 1951 approda alla Taurea di Alfredo Martini. Dopo pochi mesi alla corte di quello che diventerà lo storico ct della nazionale azzurra, arriva la chiamata della Bianchi, la squadra del campionissimo Fausto Coppi.

Trionfi e parole…

Carattere verace e grintoso, Petrucci non arriva alla Bianchi con l’intenzione di fare il gregario di Coppi, ben sapendo che gli stessi dirigenti del team celeste lo hanno ingaggiato con un occhio al futuro, data l’età del Fausto da Castellania. Non è neanche ventitreenne quando, il 19 marzo 1952, attacca in compagnia di pochi altri coraggiosi sul Capo Berta, tipica ascesa della Milano-Sanremo, anticipando il capitano Coppi e gli altri grandi. Per un corridore dalle sue caratteristiche è uno scherzo vincere volate ristrette: la classica di primavera premia così il giovane toscano, primo davanti al romagnolo Minardi e al francese Blusson. Poco tempo dopo è secondo al Giro delle Fiandre, sconfitto solo da Roger Decock.

Passa un anno esatto, e il gruppo si ripresenta nuovamente al via della gara che segna l’apertura della stagione ciclistica. Stesso copione dell’anno precedente: Petrucci parte da lontano in barba a capitani e campioni vari, prima di piegare allo sprint nuovamente Minardi e il transalpino Olivier, in una volata di rara potenza. In quello stesso anno il buon Loretto vince anche la Parigi-Bruxelles, classica che all’epoca rivestiva una grande importanza. I due successi in terra ligure vengono però marcati da qualche parola di troppo del vincitore: “Sono io il campione, il più forte nelle corse in linea. Più di Coppi che a 34 anni è praticamente a fine carriera”. Apriti cielo.

Da solo, contro il “sistema”

Quel ciclismo italiano che aveva significato ben più di una speranza per un Paese uscito devastato nel corpo e nell’anima dal secondo conflitto mondiale si reggeva sugli epici duelli fra Coppi e Bartali. Quello stesso ciclismo era però basato anche su una sorta di “legge della giungla”: chi usciva da certi canoni, chi, con le sue esternazioni, andava a colpire direttamente i campioni più affermati, chi, come il toscano, era eccessivamente sicuro di sé e un po’ “spaccone” non poteva durare a lungo. Qualcuno ha affiancato a questo periodo della bicicletta il pesante aggettivo “mafioso”.

Un’uscita come quella di Petrucci non può essere tollerata. In primo luogo, deve lasciare la Bianchi, trasferendosi alla Lygie. Ma quello è senza dubbio il male minore. Siamo alla Sanremo 1954, alla quale il pistoiese si presenta con la solita certezza di essere il migliore, promettendo a tutti il tris. Per un campione come lui, più adatto di un fiammingo alle gare di un solo giorno, non pare un’ impresa così ardua. Il rivale principale è, chiaramente, quel Fausto Coppi che a dispetto dell’età aveva conquistato pochi mesi prima il Mondiale di Lugano. Tuttavia, sembra avere fortuna un’azione da lontano, della quale fanno parte tra gli altri anche il pistard Messina e Louison Bobet. Il sestetto viene artigliato nel finale dalla grande rimonta di Petrucci: un’azione degna del miglior Cancellara dei tempi recenti. Loretto non dovrebbe avere problemi ad imporsi su un gruppo così ristretto, viste le sue ben note doti di sprinter. La certezza svanisce clamorosamente sotto lo striscione dell’ultimo chilometro: il gruppo ripiomba sui fuggitivi, grazie alle tirate di un Fausto Coppi per il quale è più importante non far vincere Petrucci piuttosto che trionfare lui stesso. Anche a gruppo compatto il toscano ha buone chance di successo, difatti ai 300 metri esce al vento per anticipare un altro mago delle volate come Rik Van Steenbergen. Ma qualcosa non quadra. La pedalata si fa pesante, come se qualcuno lo stesse fermando volontariamente. Ed è esattamente così. Dietro di lui, con la mano appoggiata sulla sella di Loretto, c’è Pino Favero, storico gregario di Coppi, che con questo particolare metodo (illegale, ma ai tempi non esistevano replay e giurie) argina la forza dell’avversario e si dà lo slancio per la volata. Vince Van Steenbergen su Anastasi e il sorprendente Favero: solo quarto, per i motivi sopra detti, il favoritissimo Petrucci che al traguardo, imbufalito come non mai, deve essere fermato dai carabinieri per evitare che si faccia giustizia da sé.

Gli atti di ribellione continuano, e la “repressione” del gruppo risponde colpo su colpo. Tanto vale non fare più la vita da atleta, visto che, per quanto preparato sia, Loretto non “può” più vincere. La sua carriera tanto rapida quanto prodigiosa declina irrimediabilmente, fino ad interrompersi nel 1960 dopo anni di insuccessi e sofferenze. Il Giro del Lazio nel 1955 è l’ultimo acuto di Petrucci.

La “maledizione” di Sanremo

Petrucci vince la seconda ed ultima Sanremo nel 1953: solamente 17 anni dopo un italiano ripeterà l’impresa. Si tratta di Michele Dancelli, autore nel 1970 di una lunga e commovente fuga che spezza questo digiuno. Nel mezzo, un dominio franco-belga con Van Steenbergen, Van Looy, Merckx e Poulidor, con un giorno di gloria anche per lo sfortunatissimo britannico Tom Simpson. I “vecchi” Coppi e Bartali non riescono più a ripetere i trionfi di un tempo, Magni e i più giovani Adorni e Motta si devono accontentare di prestigiosi piazzamenti. Il vulcanico Vincenzo Torriani, storico organizzatore del Giro d’Italia e dunque anche della classica ligure, inserisce l’ascesa del Poggio per dare qualche chance agli azzurri e arginare la potenza degli sprinter stranieri. Niente da fare. Il patron considera Petrucci alla stregue di uno iettatore: non sopporta le interviste che il toscano, in quanto ultimo atleta nostrano ad aver vinto la Sanremo, rilascia a tutti i giornali ogni volta che si avvicina la grande corsa di San Giuseppe. Arriva addirittura ad invitarlo a rimanere a casa, a non presenziare nemmeno come spettatore. Insomma, Loretto, da campione affermato e ciarliero, era diventato una sorta di talismano portasfortuna, con una serie di divertenti  “botta e risposta” fra lui e l’organizzazione ad ogni edizione della classica sanremese. La fine dell’epopea di un corridore giovane e di successo ma che, dall’alto dei suoi trionfi, ha osato troppo, infrangendo codici e regole non scritte che però caratterizzavano il gruppo nel secondo dopoguerra.


Fonti
Lamberto Righi, Almanacco del Ciclismo 2002, Edimedia 2 Edizioni, 2002.
Beppe Conti, Ciclismo, Storie Segrete, Eco Sport, 2003.
it.wikipedia.org/Loretto Petrucci.
www.museodelciclismo.it.

Marco Regazzoni

Read Full Post »

Tom Simpson (1967)muore sul Mont Ventoux per mano della fatica e del doping, nonostante i soccorsi.

“Rimettetemi in sella”

E’ il 13 Luglio 1967. Il corpo esanime del corridore Britannico Thomas Simpson, Tommy, giace a terra sopra un letto di pietre, il suo scomodo ultimo giaciglio. In preda a crisi cardiaca, sta entrando in coma. Le fauci del doping cominciano ad azzannare il mondo dello sport e lo fanno duramente e drammaticamente, sotto gli occhi di tutti, in diretta TV.
Si sta correndo la tredicesima tappa della Grande Boucle del 1967, la Marsiglia – Carpentras di 215 Km. in una giornata estremamente calda. I termometri segnano più di 40 gradi. Il percorso porta i corridori a scalare il Mont Ventoux, una montagna aspra e dall’aspetto ostile, chiamato le géant provençal, un deserto di pietra calcarea, che, con i suoi 1.912 metri di altezza, svetta, proprio come fosse un “gigante”, sulle pianure che lo circondano in terra di Provenza.

C’è un drappello di uomini in fuga, tra i quali il nostro Felice Gimondi. Quando non manca molto alla vetta Simpson esce dal gruppo degli inseguitori e si scatena nel tentativo di riagganciarsi alla pattuglia dei “fuggitivi”. Ad un certo punto l’andatura di Tommy Simpson comincia a farsi ondeggiante, le gambe non girano piu, procede a zig-zag e cade. Agli uomini della sua ammiraglia, corsi a soccorrerlo, ordina: “Put me back on my bike”. Saranno le sue ultime parole. Dopo aver coperto ancora pochi metri, sempre barcollando, cade nuovamente. Perde conoscenza.

Non si rialzerà mai più.

La morte giunge qualche ora più tardi all’ospedale di Carpentras, dove è stato trasportato in elicottero. I due tubetti di anfetamine trovate nella tasca posteriore della sua maglia e i risultati dell’autopsia non lasciano alcun dubbio sull’origine del decesso. The Lion of Yorkshire, come veniva chiamato all’epoca dei fasti, verrà sempre accostato al doping e ricordato più per la sua drammatica fine che per le sue vittorie. Nel suo libro “Put Me Back on my Bike: In Search of Tom Simpson”, William Fotheringham descrive la notte precedente la tappa del Ventoux particolarmente travagliata. Da una intervista al suo compagno di camera, l’inglese Colin Lewis, sembrerebbe che Simpson ricevette due strane visite. La prima da parte di due italiani che gli portarono una scatola e ricevettero in cambio 800 sterline; una somma enorme, circa quattro volte lo stipendio annuale dello stesso Lewis, che fu ancora più allibito quando sentì come Tommy, ammiccando, chiamò il pacco appena ricevuto: “ecco la mia fornitura annuale di Mickey Finn”. Mickey Finn, in linguaggio gergale, significa sostanza stupefacente. Più tardi fu la volta del manager di Simpson, che fece irruzione in camera inveendo contro il povero Tommy, scivolato al settimo posto in classifica generale. Il manager minacciò il corridore con un ultimatum: o tornava tra i primi cinque in classifica o per lui ci sarebbero state pesanti ripercussioni economiche. Comunque siano andati i fatti, il prezzo pagato da Thomas Simpson, per i suoi e per gli altrui errori, fu enorme; tale da strappargli la vita stessa e di non consentirgli neanche di riabilitarsi agli occhi del mondo.

Sir Thomas è il primo corridore britannico ad indossare la maglia gialla, simbolo del primato, in un Tour de France. Vince diverse classiche come la Milano – San Remo, il Giro delle Fiandre ed il Giro di Lombardia. Alle Olimpiadi del 1956, a soli 18 anni, vince una medaglia di bronzo per la Gran Bretagna nell’inseguimento a squadre su pista. Nel 1965, laureandosi campione del Mondo su strada, nella città Spagnola di Lasarte, ottiene la sua vittoria più prestigiosa. Sempre nel ’65 gli viene assegnato dalla regina Elisabetta II il titolo di Baronetto per meriti sportivi.

Sulle rampe del Mont Ventoux, nel punto in cui cadde l’ultima volta, c’è ora un monumento a lui dedicato, eretto nel 1997 da alcuni suoi amici. Le parole scolpite nella pietra sono in francese: “A la memoire de Tom Simpson, medaille Olympique, champion du monde, ambassadeur sportif Britannique”.

 

Vedi anche l’articolo “Il caso Simpson” su Sportvintage.it.


Fonti:
Richard Williams, “White flowers for a man in white who rode himself to destruction”, The Guardian, 13/07/2007.
David Millar, “To Tommy Simpson”, Bicycling, 11/07/2008.
“Remembering a sensation”, BBC Inside Out, 04/10/2004.
“Tommy Simpson: A day of tragedy”, Yorkshire Post, 13/07/2004.
Tim Moore, “Cognac, pills and 10lbs of carrots”, The Observer, 11/08/2002.
http://www.memoire-du-cyclisme.net

Francesco Monòpoli

Read Full Post »

Luis Ocaña

Luis Ocaña

Luis Ocaña

(9/06/1945, Priego, Spagna – 19/05/1994, Mont-de-Marsan, Francia)

Un colpo di pistola, l’estremo gesto. La vita del grande campione Spagnolo di ciclismo Luis Ocaña finisce così. Nella sua tenuta agricola, specializzata nella produzione di vini, in località Capuanne des Armagnac nel sud della Francia, quando mancano pochi minuti a mezzogiorno, si punta l’arma alla testa e preme il grilletto.
La corsa all’ospedale di Mont-de-Marsan e i tentativi di rianimazione sono vani.
La morte giunge, inesorabile, tre ore più tardi.
Nei fumi di quella pistola che si perdono nell’aria calda di primavera, lasciando tutt’intorno l’acre odore della polvere da sparo si può intravedere la pagina di storia sportiva ed umana scritta da un campione che non dovette “solo” disputare gare contro avversari del calibro di Merckx, Gimondi, Maertens, Zoetemelk, ma dovette fare parecchi conti con la sfortuna che si prese, spesso, gioco di lui.
La mala suerte, come scrivevano i giornali di Spagna, gli lasciò solo le briciole di quella che avrebbe potuto essere una carriera veramente impressionante.

Il sorriso triste del campione sfortunato

Jesús Luis Ocaña Pernía nasce in Spagna, a Priego (Cuenca), il 9 Giugno 1945, da una famiglia molto modesta costretta ad emigrare in Francia quando lui è ancora un ragazzino.
Qui il giovane Luis cresce. Capelli neri, sopraciglia folte, occhi scuri e profondi e sempre un sorriso che però esprime più tristezza che allegria. Cresce, molto, anche ciclisticamente: partecipa a parecchie corse per dilettanti e spesso vince, è praticamente impossibile non notarlo. I direttori sportivi delle squadre professionistiche cominciano a mettere gli occhi sul ragazzino venuto dalla Spagna e più di una squadra pensa di ingaggiarlo. Passa così al professionismo: la sua prima  squadra è la Fagor che lo assume nel 1968.
Le sue doti si fanno subito apprezzare dagli appassionati dello sport della bicicletta: passista veloce e costante ma anche scalatore dallo scatto bruciante e dalla progressione irresistibile quando le pendenze delle strade cominciano a fare arrancare i mediocri ed a fare letteralmente “impazzire” gli spettatori.
In patria però non è amatissimo, essendo di carattere chiuso e riservato, lui usa definire i sui connazionali “troppo chiassosi”. Non c’è il feeling che ci si può aspettare tra un popolo ed il suo campione. Forse anche perchè vive dall’altra parte dei Pirenei.
Gli viene dato il soprannome di  “lo spagnolo di Mont-de-Marsan”.

A quei tempi, a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, per quanto riguardava lo sport, la parola Ciclismo si poteva praticamente fondere ed identificare con il nome di Eddy Merckx: un formidabile atleta nato nella cittadina belga di Meensel-Kiezegem il 17 Giugno 1945, che correva per la squadra Italiana della Molteni, al quale era stato dato un soprannome che si può commentare da solo: il cannibale.
Merckx era il più forte di tutti, e i paragoni con i mostri sacri del passato erano all’ordine del giorno.
Nessuno sembrava in grado di contrastarne lo straripante predominio su qualsiasi terreno. Eddy era il più amato, ma anche il più odiato, e, come la venuta del Messia, si aspettava qualcuno capace di metterlo alle corde in una grande corsa a tappe.
Questa possibilità avrebbe potuto concretizzarsi nella Grande Boucle del 1971.

Tour de France 1971

Il 26 Giugno 1971, a Mulhouse, al via del tour de France, il favorito era sempre lui, il cannibale.
Ma in questo Tour succede qualcosa che, forse, avrebbe potuto cambiare la storia del ciclismo.

La Nevers – Puy de Dome fu vinta da Ocaña. Merckx giunse quarto, con 15” di ritardo dallo spagnolo riuscendo, comunque, a conservare la maglia gialla.
Lo spagnolo dichiarò ai giornalisti, in uno slancio di visione ottimistica che per carattere non gli apparteneva: “il Tour è cominciato oggi”.
Il 9 Luglio nella tappa Orcieres – Merlette venne scatenato un furibondo attacco da parte di Agostinho e dallo stesso Ocaña già sulle prime rampe del Laffrey.
Il gruppo si sbriciolò. La sorpresa e l’incredulità di tutti era palpabile di fronte all’inutilità dei tentativi di ri-agganciarsi ai primi da parte del belga. Si pensò, però, che essendo il traguardo molto lontano, la corsa avrebbe potuto essere agevolmente presa sotto il controllo degli uomini della Molteni.
Al comando, l’uomo di Mont-de-Marsan tirava come se si trattasse di una questione di vita o di morte.
Lo scatenato spagnolo si superò, e dopo ben 77 chilometri di fuga arrivò, in perfetta solitudine, a Orcieres Merlette con 8’43” di vantaggio su Merckx, terzo al traguardo, mentre la piazza d’onore fu per Van Impe a 5’52”.
Ocaña, mentre indossava il simbolo del primato, la mitica maglia gialla, fu festeggiatissimo.

Si ebbe l’impressione che in molti fossero felici per l’impresa di quel timido corridore spagnolo, capace di infliggere a Merckx quella che resta la più grande sconfitta subita nella sua luminosa carriera.
Soddisfatti che, forse, da quel momento in poi ci sarebbe stato qualcuno in grado di contrastare l’uomo di Meensel-Kiezegem  e di dare nuovamente vita ai classici dualismi tanto amati dagli appassionati delle due ruote e fonti di infinite discussioni sportive.
Ma Eddy era tutt’altro che rassegnato e ritornò prodigiosamente all’attacco nelle tappe seguenti rosicchiando 2’21” al rivale.
Si arrivò così ai piedi dei Pirenei con Merckx che aveva ancora un distacco di  7’23” dal primo in classifica, che, con il suo sorriso triste, portava fieramente la maglia Gialla per quelle che erano ormai diventate le “sue” strade: si era infatti nei pressi di Mont-de-Marsan.
Su queste montagne ci si sarebbe giocata la vittoria del Tour de France di quell’anno.
Ai piedi del Portet d’Aspet il cielo si oscurò improvvisamente, le nubi diventarono sempre più nere e si gonfiarono paurosamente, mentre il belga scattava ripetutamente nel tentativo di staccare lo spagnolo che, anche se a fatica, riusciva a rimanere alla sua ruota. Il forcing di Merckx era impressionante ed il ritmo imposto alla corsa era veramente infernale. Nonostante questo, al culmine della salita i due erano ancora insieme.
Luis non aveva perso neanche un metro e, tenuti ben stretti i suoi 7’23”, poteva quasi cominciare a pensare a Parigi come ad un trionfo di proporzioni semplicemente inimmaginabili in quegli anni.
Ma le condizioni atmosferiche vollero essere, a loro volta, protagoniste.
Sembrava scesa la notte, l’acqua ed il fango inondavano le strade; probabilmente, anzi, sicuramente, oggi quella frazione di corsa sarebbe stata sospesa per condizioni climatiche avverse. In gergo tecnico la tappa sarebbe stata neutralizzata; “congelando”, di fatto, la classifica ed i distacchi e consegnando, con ogni probabilità, la vittoria del Tour de France ad Ocaña.
Ma stiamo parlando del 1971. Quelli erano veramente altri tempi.
Le auto sbandavano. Alcuni corridori si fermavano aggrappandosi alle piante. Molti cercavano di frenare usando i piedi.
La discesa fu affrontata dai due contendenti in modo impressionante, incuranti delle condizioni della strada.
Merckx davanti, Ocaña poco dietro, scendevano e, come in trance, continuavano a pedalare mettendo continuamente a repentaglio la loro stessa vita giù da quella pericolosa discesa che sarebbe stata difficile da affrontare anche con buone condizioni atmosferiche.

All’uscita da una curva, Ocaña sbandò e finì contro un muretto. Provò a ripartire ma aveva difficoltà a rialzarsi, con i piedi ancora bloccati nei pedali. Stava per rimettersi in sella quando venne investito dal proveniente Zoetemelk, quindi da Carril e da Agostinho. Colpito duramente alla schiena era definitivamente fuori gioco.
Intanto Merckx si involava verso Luchon. Erano le 16:30 quando un elicottero trasportava il malconcio Luis in una clinica di Saint Gaudens.
L’incidente fu terribile: il corridore spagnolo rischiò seriamente di avere lesioni gravi e permanenti. Il giorno dopo Merckx non volle indossare la maglia gialla e dichiarò: “Non ho il diritto di prendere una cosa che non mi appartiene”. Questo gesto valse come una grande vittoria sportiva e, rendendolo più umano, lo incoronò campione anche come uomo.

Alcuni giorni più tardi Ocaña confidò ai giornalisti: “Mi sono sentito morire. Ho pensato a mio padre, a mia moglie, ai miei figli”. Anche Merckx andò a trovare Luis in ospedale per fargli coraggio e dirgli che un giorno il Tour lo avrebbe vinto sicuramente anche lui.

Anche nel Tour del 1972 il sorriso triste di Luis Ocaña non riuscì ad accendersi sui Campi Elisi. Si dovette, infatti, ritirare perchè colpito da una brutta forma di polmonite. Nel 1973 la corsa a tappe più importante del mondo fu  finalmente vinta dallo spagnolo di Mont-de-Marsac. Purtroppo, però, a quel Tour de France,  non partecipava Eddy Merckx che quell’anno volle prepararsi per trionfare anche alla Vuelta España. Fu comunque una grande vittoria con Ocaña che inflisse un distacco di 15’51” al secondo, il francese Bernard Thévenet.
Quell’anno lo vide anche sul podio del Campionato del Mondo di ciclismo su strada, svoltosi a Barcellona, sulle strade del Montjuich. Arrivò terzo al termine di una lunga volata vinta dal nostro Felice Gimondi. Al secondo posto si piazzò il belga Freddy Maertens, che tirò la volata al connazionale e suo capitano Eddy Merckx che, però, si qualificò soltanto quarto. Alle spalle proprio di Luis Ocaña.

Pochi istanti prima che il colpo di pistola rieccheggiasse tra le tranquille campagne francesi ed annunciasse al Mondo la volontà di Jesús Luis Ocaña Pernía di farla finita, chissà quali potevano essere i pensieri che ingolfavano la sua mente. Forse riguardavano i terribili incidenti subiti: tanti in bicicletta e due in auto che gli costarono, tra l’altro, la perdita dell’occhio sinistro. Forse alle gravi malattie: la polmonite e, sopratutto, l’epatite C sviluppatasi in seguito ad una trasfusione di sangue resasi necessaria per la forte perdita ematica dovuta ad uno degli incidenti in automobile.
Ma avrà pensato anche alle 110 vittorie di una carriera da grande del ciclismo. Una carriera che avrebbe potuto essere sicuramente anche più gloriosa senza la beffarda mala suerte che molte, troppe volte, gli “tagliò” la strada.

Non aveva più voglia di cadere e, sopratutto, non se la sentiva più di ripartire.
Si dice avesse problemi finanziari, si dice avesse problemi sentimentali, si dice che, solo dieci giorni prima gli fosse stato diagnosticato un male incurabile, si dice…
Si possono fare tante illazioni, ma sicuramente nessuno potrà mai sapere, e dire con certezza, perchè lo fece.
Il suo carattere chiuso, la malinconia sempre presente sul suo volto, forse una forma di depressione, non lo aiutarono di certo. Il suo sorriso triste si spense per sempre quel pomeriggio della primavera del 1994 nel sud della Francia, tra i suoi vigneti, tra i suoi pensieri.

7’23” che aveva di vantaggio sul grande rivale nel Luglio del 1971, dissipati in un volo in elicottero, saranno sempre nelle menti e nei cuori di tutti gli amanti del ciclismo e di quel campione che aveva osato sfidare gli Dei dello sport.


Fonti
“Si è ucciso Ocaña, l’anti Merckx”, Corriere della Sera, 20/05/1994.
Mario Gherarducci, “Il male di vivere degli atleti famosi”, Corriere della Sera, 31/05/1994.
Sergi López-Egea, “Luis Ocaña, el indomable”, El Periódico de Catalunya, 18/07/2007.
Mario Fossati, “Si uccide Ocaña, fece paura a Merckx”. La Repubblica, 20/05/1994.
Enric González, “Luis Ocaña se suicida en su finca”, El País, 20/05/1994.
Luis Alonso, “Ocaña: “En nuestro país se me subestima”, El País, 19/06/1976.
http://www.memoire-du-cyclisme.net.

Francesco Monòpoli

Read Full Post »