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La Calcutta Cup è uno dei vari trofei “minori” che vengono assegnati nell’ambito del Sei Nazioni. A contenderselo dal 1879 sono le nazionali di Scozia e Inghilterra, i primi paesi in cui il rugby dei primordi si diffuse ed ebbe modo di svilupparsi nelle sue varianti.

Calcutta Cup

Calcutta Cup

La Storia: dall’India a Piccadilly Circus

Nel 1872 l’India era una colonia posta sotto il diretto dominio della Corona Britannica. Sei anni prima la Regina Vittoria era stata proclamata Imperatrice in virtù della completa annessione del territorio indiano, in precedenza controllato dalla potente Compagnia delle Indie Orientali.

Come erano soliti fare i britannici una volta installate le loro basi portuali vi spedivano i loro amministratori e funzionari, spesso accompagnati da guarnigioni militari. La città di Calcutta (dal 2001 Kolkata) non faceva eccezione: era situata sul delta fiume Gange e fungeva da base di appoggio per le colonie australi.

Il giorno di Natale di quell’anno si giocò un match tra una formazione di 20 coloni inglesi (la Rugby Football Union decise qualche anno più tardi di ridurre il numero di giocatori fino a 15 elementi) e una mista composta da scozzesi, gallesi e irlandesi. L’incontro richiamò una discreta cornice di pubblico e pertanto si optò per la ripetizione dello stesso, una settimana dopo, che sortì il medesimo risultato. Il rugby, al pari degli esploratori portoghesi  del quindicesimo secolo, aveva circumnavigato l’Africa ed era giunto nell’umido subcontinente indiano.

Nel Gennaio dell’anno seguente si decise quindi fondare il Calcutta Football Club all’interno del Calcutta Cricket Club, esistente già dal 1792, e di procedere con l’affiliazione alla federazione inglese, la Rugby Football Union. Complice anche la presenza di una divisione dell’esercito di stanza nella città il club ebbe un notevole afflusso di soci (137) che gli consentì, nei primi anni, di prosperare.

Tuttavia il clima estremamente umido non rappresentava l’ideale per la pratica del rugby, gli autoctoni sembravano infatti preferire il tennis e il cricket, ritenuti più adatti alle condizioni atmosferiche del luogo, lasciando il rugby nelle mani dei funzionari, commercianti e soldati inglesi. Inoltre il trasferimento a sud della divisione britannica comportò una drastico calo dei soci del club, che riuscì a tirare avanti fino alla fine del 1877, quando i pochi membri rimasti decisero di fare ritorno nella madrepatria.

Il 20 Dicembre in una lettera indirizzata alla federazione il capitano e segretario del club G.A. James Rothney annunciava lo scioglimento del club (poi ricostituito nel 1884). Il conto in banca della squadra venne chiuso e il saldo fu ritirato in 60 rupie d’argento dalle quali si volle ricavare un oggetto d’arte, a ricordo della loro permanenza in India. Le rupie vennero così consegnate ad un artigiano locale che le fuse in una coppa alta 18 pollici (45 cm) cesellata finemente secondo i metodi tradizionali e posta su una base in legno sulla quale venne applicata una placca che recitava “The Calcutta Cup, presented to the Rugby Football Union by the Calcutta Football Club as an international challenge cup to be played for annually by England and Scotland. 1878”1 . I tre manici assumevano invece la forma di tre cobra reali, mentre il coperchio era sormontato da un elefante, animale simbolo dell’India.

Dal 1879 su indicazione della RFU la coppa sarebbe stata messa in palio ogni anno in occasione del test match tra Inghilterra e Scozia. La squadra vincitrice avrebbe potuto custodire il trofeo fino all’incontro successivo in cui lo avrebbe rimesso in palio.
In occasione della sfida del 1897 la Scozia, forte di una scia di 4 vittorie consecutive, si presentò senza la coppa, e perse. Da quell’anno la coppa viene conservata in una vetrina di un gioielliere di Abermale Street, a pochi passi da Piccadilly Circus a Londra.

Disegno raffigurante l'edizione 1892 della Calcutta Cup: alla fine prevarrà l'Inghilterra

Un uso “improprio” della Calcutta Cup

Dopo l’incontro del 1988 che vide prevalere la nazionale inglese la coppa fu danneggiata da un gruppo di giocatori, sia scozzesi che inglesi, che la usarono come pallone da rugby sulla Princes Street di Edimburgo, probabilmente confusi dai fumi dell’alcol. I principali responsabili di questo “crimine” furono individuati da un’indagine congiunta delle due federazioni in Dean Richards (Inghilterra) e John Jeffrey (Scozia), quest’ultimo soprannominato “White Shark” (Squalo Bianco) per via dei suoi capelli albini. Lo scozzese venne squalificato per sei mesi dalla Scottish Rugby Union e nonostante fosse stato convocato per il tour dei British and Irish Lions non venne mai schierato nelle partite valide come “Test Match”, ma solo in quelle infrasettimanali. Richards dal canto suo se la cavò con una squalifica minima: una settimana.

La coppa venne poi riparata ed esposta al museo del rugby di Twickenham, e data la sua fragilità, dovuta principalmente all’incuria, ne vennero poi prodotte due copie affinchè entrambe le federazioni potessero esporre il trofeo nelle rispettive bacheche senza rischi.


1 La Calcutta Cup, donata alla Rugby Football Union dal Calcutta Football Club come trofeo internazionale da contendersi ogni anno tra Inghilterra e Scozia. 1878

Fonti

http://en.wikipedia.org/wiki/Calcutta_Cup
http://www.seinazioni.altervista.org/calcuttacup.htm
http://www.rugbyfootballhistory.com/trophys.htm
http://www.ccfc1792.com/heritage.asp

(Giorgio Pontico)

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Articolo originariamente apparso sul blog basketbhall, a firma dello stesso autore.

Be like… Hank!

Hank Luisetti

Riprendo lo slogan della bevanda di Jordan, ma lo adatto per parlare del primo vero campionissimo del basket.

Un campionissimo che si chiamava Angelo Luisetti.

Il nome è italiano, nessun dubbio. Angelo Enrico Luisetti, figlio di Stefano, nato a San Francisco nel 1916, ha poi preferito optare per l’americanizzazione del suo nome in Hank,

because Angelo was so goody-goody

(trad.: “perché Angelo fa troppo bravo bambino” – parola di Hank Luisetti)

e immagino che nemmeno sapesse più dov’era l’Italia, nonostante da qui fossero emigrati i suoi genitori. Era il 1906, San Francisco era stata rasa al suolo dal terremoto, e c’era enorme richiesta di manodopera per ricostruirla. Stefano Luisetti fece la valigia e partì per l’America, in cerca di fortuna. Iniziò come muratore, ma in breve tempo riuscì ad aprire… un ristorante italiano – come da cliché.

Dieci anni dopo, nel 1916, nasceva Angelo Enrico Luisetti, Hank per gli amici e per gli annali del basket.

Hank Luisetti fa la storia del basket. Rivoluziona il gioco. Ha un impatto che molti riconoscono pari solo a quello di Michael Jordan – nessun altro al livello del Frisco italian (come veniva anche soprannominato: l’italiano di S.Francisco).

Il giovane Angelo gioca con i suoi amici sui campetti del quartiere russo – la S.Francisco di inizio secolo era ben compartimentata – , dove si guadagna anzitutto il soprannome di Spiderlegs, gambe di ragno, perché è piuttosto segaligno. E dove soprattutto comincia a sviluppare il suo stile, assolutamente nuovo e assolutamente fuori della portata degli altri giocatori del tempo. Vedremo poi di cosa si tratta.

Spiderlegs esce dal suo quartiere di Telegraph Hill, lo stesso di Joe DiMaggio, Frank Crosetti e Tony Lazzeri (future star dei New York Yankees di baseball), e frequenta poi la Galileo High School tra il 1930 e il ‘34: 3 borse di studio, 3 volte All City, viaggia a 7 punti di media. Forse la sua carriera finirebbe lì: la famiglia manda avanti un ristorante, il figlio potrebbe aiutare. Ma il preside di Galileo H.S., un ex alunno di Stanford, è convinto che ancora il giovane abbia strada davanti a sé. Tramite gli agganci tipici degli ex alunni, trova delle borse di studio per permettere a Luisetti di fare anche il college.

Quando Hank torna a casa e dice alla madre che frequenterà il college, la madre gli risponde che non possono permetterselo economicamente. Ma lui risponde fiero che avrà una borsa di studio per il basket.

Al che la madre chiede: “Il basket? Quella roba che ti riempi di lividi e rovini tutte le scarpe?” – eh sì!

Il college vede l’esplosione a livello assoluto di Hank Luisetti. Frequenta tra il ‘34 e il ‘38, mettendo assieme questi risultati:

  • 3 borse di studio (con il coach John Bunn, nella Hall of fame)
  • Giocatore dell’anno Helm’s Foundation 1937 e 1938
  • Due volte All-America 1937 e 1938
  • 3 Pacific Coast Conference Championships consecutivi (1936-38)
  • All-Time PCC Team
  • 1.596 punti, 16.1 per gara, record assoluto del tempo
  • da freshman tiene i 20.3 punti di media, con un record di 34 contro Santa Clara
  • 14.3 da sophomore, con un high di 32 contro University of Washington
  • 15.2 da junior, con 26 contro Southern California
  • 19.4 da senior, con il botto di 50 contro Duquesne
  • primo giocatore nella storia del basket di college a segnare 50 punti in una partita
  • A New York, contro LIU, quindi in casa “loro” e sulla costa opposta alla sua, spezza la striscia vincente del team di Clair Bee, che era imbattuto da 3 stagioni, 43 partite.
  • con Luisetti, Stanford vince 46 partite su 51
  • a metà secolo, viene nominato secondo miglior giocatore dietro solo a George Mikan. Ma Mikan ha avuto molta più pubblicità, ha fatto la NBA – Luisetti no… la gran parte dei votanti non l’aveva mai nemmeno visto!

Cifre impressionanti, ma dicono ancora poco sull’effettivo impatto sulle partite di Luisetti.

Intanto era cresciuto, circa 190 cm di altezza e un fisico che gli permetteva di racimolare dollari extra facendo il buttafuori – l’addetto alla sicurezza alle partite di football. E aveva raffinato il suo gioco caratteristico.

Siamo alla rivelazione: Hank Luisetti ha rivoluzionato il gioco introducendo e perfezionando il tiro a una mano e in corsa, un jump shot!

Prima di lui, esisteva il set shot, che in italiano traduciamo con “piazzatone”, piedi per terra e tiro a due mani. Lentissimo da eseguire, ma adatto al gioco del tempo. Ma lui, da ragazzino, non avendo il fisico per contrastare i compagni sui campetti del quartiere in collina, aveva cominciato ad anticipare il rilascio del pallone, a spostare il baricentro, a fare tiri inattesi – non si piazzava, non dava riferimenti. Spiderlegs era già immarcabile.

Il suo gioco non si limitava al tiro in sospensione a una mano. Palleggiava già dietro la schiena (il marchio di fabbrica di Bob Cousy, che però ci arrivò una ventina d’anni più tardi!), saltava a rimbalzo, spingeva il contropiede in palleggio e arrivava a canestro prima ancora che fosse rientrata la difesa – cose mai fatte da nessuno prima, le faceva con facilità.

Ammise di essere stato fortunato con i suoi allenatori, che gli hanno sempre permesso di tirare come preferiva. Una volta chiese a Bunn se poteva continuare a tirare a una mano, dimostrando l’efficacia incestando un tiro dopo l’altro. L’attonito coach rispose semplicemente: “Continua così.

Il suo stile era arcinoto sulla costa occidentale, ma pochi ne sapevano qualcosa al di fuori. La sua squadra di college aveva appreso parte di quello stile. Il gioco di Stanford era spumeggiante, una run&gun ante-litteram, tanti punti, tanti tiri, pressione e contropiede.

A tal proposito (contropiede) giova ricordare che Luisetti non ne era entusiasta. Non gli piaceva un gioco fatto solo di corsa, tanto che (già quarantenne) scrisse un articolo intitolato “Racehorse Basketball Stinks“.

Statistiche della Ivy League dicono che la media punti di intere squadre al tempo era tra i 39 e i 40 punti. Contro Duquesne, Luisetti da solo ne mette 50. Anni luce avanti.

Il 1° Gennaio 1938, in una palestra di Cleveland, va in scena la partita del record. Duquesne finisce seppellita 92 a 27 – diciamo pure Luisetti-Duquesne 50-27.
23 canestri dal campo, più 4 liberi.

Quasi a fine partita, Luisetti stesso chiede al coach di chiamare un time-out. E fa il cazziatone ai compagni: non è così che si gioca, non ha senso che un giocatore vada per i 50, tutti devono partecipare, la pallacanestro non è uno sport individuale. Ma lui ha la mano calda, e i compagni non ci pensano due volte a passargli la palla.

Philip Zonne, suo compagno di squadra al tempo, racconta la loro tattica di pressing attuato dalle ali:

Facevamo una cosa diversa. Luisetti e io scendevamo verso metà campo per contrastare le due guardie avversarie che portavano su palla. Erano così confusi che a un certo punto uno di loro consegnò la palla proprio ad Hank!

Ma nel ‘38 era già “famoso”. La vera sorpresa l’ha imbandita un paio d’anni prima. Era il 1936, LIU era la powerhouse incontrastata, Clair Bee entrava nella leggenda, 3 anni senza sconfitte, 43 partite vinte in fila. E si preparava la grande trasferta all’est dei ragazzi di Stanford.

I giornali davano risalto allo scontro, una contrapposizione tra due stili di gioco e di vita, l’Est austero e serio contro l’Ovest svagato e giocherellone. Nei titoli e negli articoli, i ragazzi di Stanford erano i “laughing boys“, i ragazzi sorridenti, i ragazzi allegri. Ne avevano ben donde, vivevano sul Pacifico, sole e mare tutto l’anno. E a guidarli c’era l’italiano di Frisco, il più farfallone di tutti, uno che addirittura tira con una mano sola – uno che non è mica capace di giocare.

Nate Holman, coach di CCNY disse qualcosa tipo “Smetto di allenare, se devo insegnare questo tiro a una mano per vincere”. Non smise, tanto che l’anno dopo, quando Stanford tornò al Madison Square Garden e sconfisse sia Long Island che City College, Holman qualificava Luisetti come “un meraviglioso tiratore, un fenomenale palleggiatore e un passatore spaventosamente intelligente“.

Il 30 Dicembre 1936, la sfida. I ragazzi allegri sono inarrestabili. Spezzano la serie mitica di Long Island, Luisetti guida i suoi con 15 punti (su 45 totali) e presenza ovunque, il primo vero all-around del basket. Guardia, ala, attacco, difesa, centro (anche se il ruolo di centro nasce davvero solo con Mikan anni dopo), rimbalzi, assists, punti… insomma, tutto. Dominio totale.

Ho segnato il primo canestro dopo una finta e giro sul perno sulla linea di fondo. Era contro uno dei loro lunghi. Mi guardò e disse, “Hai solo avuto fortuna”. Non ha detto più niente quando il secondo cadeva nel cesto…

L’esigente pubblico di New York – quasi 18mila persone venute apposta per vedere il suo jump shot – gli tributò una standing ovation quando a fine partita coach Bunn lo richiamò in panchina.

Ray Lumpp, che vide quella partita da ragazzino e che in seguito giocò nei Knicks, disse:

Quando tornammo a scuola dopo le vacanze di Natale, tutti i ragazzini avevano messo su il tiro a una mano. We all wanted to be like Hank.

E coach Bee affermò:

Non oso pensare a come ci avrebbe battuti se avesse usato tutte e due le mani!

Qui si può leggere l’articolo del NY Times del tempo.

Alcuni definiscono questa la più grande partita di college basketball di tutti i tempi; molti sostengono che è proprio questo upset (gli sfavoriti vincono) ad aver lanciato il basket di college verso le vette che occupa oggi (le Final Four sono sempre l’evento più seguito negli U.S.A.).

Quella del ‘36 è una stagione rimasta nella memoria di Luisetti:

Ricordo un lungo giro di trasferte in tutti gli States, in cui non perdemmo neanche una partita. […] Quando il treno si fermava per fare rifornimento di carbone e acqua, noi scendevamo e cominciavamo a passarci il pallone – la gente ci guardava come se fossimo impazziti!

Intanto il gioco si evolveva. Per esempio non c’era più nelle regole la necessità di alzare la palla a centrocampo dopo ogni canestro. Chi subiva il canestro rimetteva dalla propria linea di fondo, come si fa oggi.

Luisetti ricordava con piacere l’incontro con l’inventore del Gioco, James Naismith. Di ritorno da una trasferta, si fermò a Kansas City e cenò con lui:

Era emozionante incontrare l’uomo che inventò il gioco. Mi disse che il basket non gli piaceva più, da quando avevano eliminato il salto a due dopo i canestri.

In quello stesso anno il basket diventa sport olimpico, per le Olimpiadi di Berlino. Luisetti spera di partecipare, ma gli U.S.A. non creano una vera squadra, piuttosto organizzano uno spareggio per mandare una Università. Vince Univ. of Washington proprio contro Stanford. Luisetti non vuole mancare a nessun costo, tanto che con un compagno intraprende un viaggio a piedi attraversando la Spagna e diretto fino a Berlino. Ma in Spagna c’è la guerra civile. I due giocatori di Stanford vengono messi al muro e stanno per essere fucilati, ma si salvano gridando “Americanos! Americanos!”.

Nel 1938 partecipa a un film, Campus Confession, interpretando se stesso:

Ho recitato la parte di un giocatore di basket in un film — un film terribile — con Betty Grable e mi hanno dato 10.000 dollari per questo.

Dopo il college, giocò nella AAU, la lega amatori. Tra ‘40 e ‘41 con i San Francisco Olympic Club (26 partite, 19.5 punti per gara, high 32 contro Golden State). Poi tra ‘41 e ‘42 con i Phillips 66ers (25 partite, 11.2 ppg, 22 contro Pacific AAU). E tra ‘42 e ‘43 con St. Mary’s Pre-Flight (prima stagione 15 ppg, seconda 18.3, con high di 24 contro Stanford e 32 contro Coast Guard).

Nel 1942 tornava a Stanford da avversario, e tutti si aspettavano il netto predominio della nuova stella Jim Pollard. Era noto perché stoppava tutti i tiri in parabola discendente, un vero mastino del canestro. Al tempo non c’era la regola del goal tending, e sui giornali si leggeva di un Luisetti spacciato nel confronto. Anche perché Pollard era più alto, quasi 2.05. Ma Luisetti è più furbo. E se non esiste una regola che eviti le stoppate sopra il ferro di Pollard, esiste però la regola che impedisce di stoppare i tiri quando hanno già toccato il tabellone. Risultato? Hank si allena a tirare di tabella (da tutte le parti), e prende in giro Pollard per tutta la partita. Ovviamente vince.

Per 3 anni servì in Marina. Poi nel ‘44 una meningite spinale pose termine alla sua carriera. Ma nel ‘51 rientrò nel mondo della palla a spicchi, come allenatore. Un anno solo, ma vinse il titolo AAU con gli Stewart Chevrolets, allenando George Yardley (un altro Hall of Famer di questa storia – John Bunn, Luisetti, Clair Bee…).

In seguito, ebbe successo negli affari, tra turismo e traslochi. Luisetti è morto il 17 Dicembre 2002 a San Mateo, California, vicino a Stanford. Non ha mai giocato nella NBA (nata nel 1946), ma diceva:

Penso che potrei giocare in una partita del giorno d’oggi, anche se con tutti questi 2.10 in giro non avrei molti tip-ins!

http://basketbhall.blogsome.com/2005/12/18/be-like-hank/

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