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Erwin Stricker

Erwin Stricker, Piero Gros e Gustav Thoni festeggiano la vittoria nel gigante di Berchtesgaden (Germania)

7 Gennaio 1974. Erwin Stricker, Piero Gros e Gustav Thoeni festeggiano la vittoria nel gigante di Berchtesgaden (Germania)

(18/05/1950 Mattighofen, Austria)

La favola della valanga azzurra

Erano gli anni della valanga azzurra. E come non ricordarli? Erano gli anni in cui eravamo abituati a vedere gli sciatori azzurri sul podio quasi ad ogni gara. Sembrava avessero posto finalmente fine al predominio di austriaci e svizzeri. Gli atleti italiani parevano veramente invincibili: forti tecnicamente, si allenavano duramente e con costanza, facendo notevoli sacrifici. Meno bravi magari davanti alle telecamere, nelle interviste del dopo gara, dove adesso sono tutti maestri. Basta ricordare le difficoltà a far parlare Gustav Thoeni durante le interviste del dopo gara. Ricordo ancora che da ragazzino davanti alla televisione soffrivo per lui, che allora era il mio mito e cercavo di suggerirgli mentalmente la risposta giusta come per cavarlo d’imbarazzo da un’interrogazione maligna. Erano i tempi in cui, come a Berchtesgaden, in Germania, nel 1974, gli azzurri occupavano i primi cinque posti della classifica. Oggi, per intenderci, fanno fatica ad arrivare tra i primi dieci, uno alla volta naturalmente.

Erwin Stricker era uno di loro, meno blasonato, rispetto a un Gustav Thoeni o un Pierino Gros, ma rimasto sicuramente nel cuore di chi seguiva in quegli anni lo sport alpino, come uno dei personaggi più singolari. Nel mondo sportivo c’è quasi sempre un campione che si distingue dalla norma per le sue qualità non solo sportive, ma anche umane. La voglia di dimostrare agli altri una personalità diversa con un tocco di benigna pazzia, sicuramente un po’ guascone, ma anche con quella capacità di andare sempre contro corrente e di metterci del proprio, distinguendosi magari da quelli precisini, tutti muscoli e programmi intensivi, sempre efficienti e concentrati sulla prova senza mai sgarrare di una virgola.

Questi sono i personaggi che ci piacciono di più, se anche ci fosse bisogno di precisarlo ulteriormente; sono campioni anche per quella loro genialità bizzarra che li caratterizza, per quella vivacità indoma, quell’energia che prorompe dalle loro azioni e che ne fa naturalmente dei simboli positivi nel loro campo. Per riuscirci, devono amare tantissimo quello che fanno, tanto da dedicarci tutta la vita. Erwin era uno di loro, un cavallo pazzo, non a caso il suo vero soprannome, che scendeva scatenato sulle discese innevate con la voglia di arrivare primo, ma soprattutto e lo crediamo veramente, con quella di divertirsi a vivere un rapporto con la montagna, che non era semplicemente sport, ma una vera e definitiva scelta di vita. A ostacolare questi fenomeni della natura, che quasi mai si risparmiano nella loro esuberanza, c’è a volte, quel pizzico di sfortuna che talvolta li perseguita e gli impedisce di diventare dei veri numeri uno, ma che in fondo ce li rende più simpatici ed eroici degli altri. Anche perchè l’epopea dello sport, come queste pagine vorrebbero dimostrare, è in fondo piena di questi personaggi, che poi ci fanno amare queste imprese più degli altri.

Erwin nacque a Mattighofen in Austria nel 1950, e partecipò alla sua prima gara nel 1967, prendendosi subito un bel secondo posto e iniziando una stagione agonistica che lo rivelerà come una delle speranze dello sci azzurro. Successivamente, migliorò ancora allo stadtlerrennen di Brunico completando brillantemente la sua prima stagione agonistica e vincendo sempre alla stessa maniera: scendendo d’istinto e sorretto da quella classe innata e quel tipico dinamismo che lo contraddistingueva.
Ben deciso a continuare e buttandosi a capofitto nell’agonismo, l’estate successiva, quella del 1968, si recò allo Stelvio, non a divertirsi, ma a lavorare come cameriere per potersi allenare durante le pause del lavoro, soprattutto restando gomito a gomito con quei grandi campioni che si preparavano durante la stagione estiva sulle nevi del Pirovano. Purtroppo, qui incontrò anche uno dei primi intoppi della sua carriera. Durante l’ ultima discesa della giornata, il giovane Erwin, da vero cavallo pazzo qual era, sfrecciava come un folletto tra i piloni della bidonvia che risaliva dal passo dello Stelvio. Purtroppo, per colpa dell’apertura di un attacco, forse difettoso, finì rovinosamente contro uno dei piloni, restando tramortito sulla neve. Soccorso da alcuni sciatori, venne ricoverato all’ospedale di Bormio e restò per qualche giorno sospeso tra la vita e la morte, per riprendersi poi provvidenzialmente come le cronache dell’epoca riportano. Caparbio e dotato com’era si rimise presto in pista ritornando ai livelli precedenti.

Erwin Stricker era anche un inventore e mise a punto il casco aerodinamico impiegato per la prima volta in gare di discesa libera
Erwin Stricker era anche un inventore e mise a punto il casco aerodinamico impiegato per la prima volta in gare di discesa libera

Le successive stagioni furono quelle più importanti, dove riuscì a collezionare diversi piazzamenti apprezzabili, fino al migliore della sua carriera, il secondo posto a Heavenly Valley, California, nel 1973. E’ in quegli anni che costruì la sua fama divenendo famoso per i suoi trionfi spesso rocamboleschi ma anche per le sue cadute altrettanto spettacolari. Nella stagione 73/74 si piazzò sesto nella classifica generale di coppa del mondo, e sempre sesto arrivò il 21 gennaio del 1974 anche nella gara di slalom gigante dei mondiali di sci a St. Moritz, dietro a Pierino Gros e Gustav Thoeni, ma davanti a un certo Ingemar Stenmark e a un Franz Klammer, e scusate se è poco. Sempre nel 1974, quando in America Nixon si dimetteva per lo scandalo Watergate e in Italia stava per formarsi il quinto governo Rumor, la coppa del mondo era in piena attività. Striker arriverà terzo nel gigante di Berchtesgaden in Germania, dove, come avevamo già ricordato all’inizio ci fu la gara che consacrò definitivamente la valanga azzurra nella storia dello sci alpino. Erwin non si risparmiava di certo e in quel periodo correva in tutte e tre le specialità, compresa la discesa libera, puntando al titolo della combinata. Non aveva paura a gareggiare nella discesa libera (com’era tipico del suo carattere spavaldo), e anzi a chi gli chiedeva come faceva a trovare il tempo di allenarsi, da specialista di slalom, tipicamente rispondeva che non aveva senso prepararsi prima di Schladming, perché dopo quella discesa tutte le altre diventavano facili.

Nel 1974 subì nuovamente una grave caduta e fu operato all’ospedale di Bressanone. Stoicamente, riprese la stagione successiva e riuscì a raggiungere dei discreti piazzamenti nelle combinate, unendo la discesa libera allo slalom. Si ritirò infine precocemente, nel 1976 dalla vita di sciatore attivo. Fece un tentativo di ritorno alle gare nel 1977, partecipando ad alcune discese, ma nel 1978 decise di lasciare definitivamente.

Non era solo un atleta di grande valore, ma un vero innovatore anche un po’ “visionario” dello sci. Stricker si dilettava come inventore e introdusse alcune soluzioni tecniche adottate poi da tutti: fu il primo ad utilizzare le ginocchiere, molto utili per affrontare i paletti, il bastone aquilineo e il casco aerodinamico (discesa libera) e quello da slalom.

Erwin Stricker (terzo a destra) in una foto recente che lo mostra durante un incontro ufficiale. Fonte: Studio YES-Bolzano.
Erwin Stricker (terzo da sinistra) in una foto recente durante un incontro ufficiale. Fonte: Studio YES-Bolzano.

Ma voi pensate che abbia lasciato la sua grande passione? Il vulcanico Erwin lavora ora dietro ai banconi di sci a inventare nuovi modi per facilitarci le discese e per consentirci di noleggiare attrezzi in ogni parte dell’arco alpino. Si è lanciato infatti nell’organizzazione di una rete di centri di noleggio di attrezzatura sciistica, con una diffusione abbastanza ampia. Inoltre, è ancora molto attivo nella promozione della sua regione, l’Alto Adige, e nell’organizzazione di diversi eventi turistici, collegati anche alla sua nota passione per le automobili d’epoca.


Fonti
Sito ufficiale di Erwin Stricker
“Migliora Erwin Stricker finito contro un pilone”, L’Adige, 1968.
“Una trionfale valanga azzurra”, Gazzetta dello Sport, 03/01/1974.
“5 azzurri in fila :fantastico!, Gazzetta dello Sport, 08/01/1974.
Erwin Stricker su Wikipedia
Erwin Stricker sul sito del FIS
“Stricker: frattura. Finita la stagione”, L’Adige, 04/10/1974.

(Giuseppe Maddinelli)

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Leonardo David

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Willy Mairesse

Willy Mairesse

Willy Mairesse

(1/10/1928 Momignies, Belgio – 2/09/1969 Oostende, Belgio)

L’impossibilità di esistere senza correre

Lo trovarono in una camera d’albergo a Ostenda nel 1969, morto suicida.
Willy Mairesse la fece finita in quel modo che tradì completamente una vita intera, lo fece solo dopo aver capito che non avrebbe potuto più continuare a correre.

La sua era passione pura, assoluta, per le corse e la velocità, altro non poteva nemmeno pensare di fare. Faceva parte di quella categoria di piloti, molto numerosi tra gli anni cinquanta e sessanta, che non faceva troppe storie se non riusciva a trovare posto in una griglia di partenza di un Gran Premio di Formula 1; c’era tanto altro in giro per uno disposto a correre e rischiare.

La sua carriera fu piena di alti e bassi, ma soprattutto fu costellata da tanti incidenti; incidenti da cui in qualche modo riuscì sempre a uscirne vivo e pronto per ricominciare. L’ultimo fu il più grave di tutti; da quell’ultimo non si riprese mai più e decise che senza corse la sua vita non aveva più senso.

Willy Mairesse era un grintoso, “al limite” come si usa dire adesso; qualche suo collega dell’epoca ricorda ancora i suoi occhi spiritati prima di ogni partenza, quel suo estraniarsi dal mondo intero per entrare in una sua intima dimensione. Mai scorretto, ma uno che aveva la reputazione di guidare molto aggressivo e di lottare sino al contatto su ogni centimetro di pista.

Iniziò a correre nella categoria Sport Prototipi e nei rally verso la fine degli anni cinquanta, appoggiandosi a piccole scuderie o come corridore privato. Enzo Ferrari si accorse di lui, della sua velocità in pista, ma anche delle sue capacità di collaudatore, e lo ingaggiò dopo averlo visto impegnato in un’aspra lotta con Olivier Gendebien durante il Tour de France del 1959. L’anno dopo corre già per la scuderia Ferrari. Il debutto in Formula 1 è a casa sua, nel suo giardino di casa praticamente: Gran Premio del Belgio 1960, Spa, quando il circuito era ancora quello di 14 chilometri e ogni giro te lo trovavi diverso da quello precedente, come se quei curvoni si divertissero a spostarsi impercettibilmente giusto per mantenere viva una loro sinistra fama.
In quell’occasione gli organizzatori, viste le velocità medie elevate che raggiungevano le monoposto, decisero di aumentare la lunghezza della corsa a 500 chilometri: tanto per rendere le cose ancora un po’ più difficili. In corsa Mairesse sta lottando con la sua Ferrari Dino 246 a motore anteriore per il secondo posto con un giovane pilota inglese Chris Bristow su Lotus. Durante il loro duello al 20° giro nel tentativo di sopravanzare Mairesse, Bristow finisce fuori strada a Burneville rimanendo ucciso sul colpo.

Da quest’episodio nasce una sua certa fama di “bad boy”, di pilota al limite della scorrettezza; fama alimentata da una certa stampa incline a creare il personaggio a tutti i costi, ma anche da parecchi suoi colleghi. Lui non dà mai troppo peso a certe voci: per il suo modo di essere gli incidenti fanno parte delle corse e le corse sono una sua scelta di vita; sono la sua vita. In quell’anno, comunque, partecipa ad altri due Gran Premi: in Francia, a Reims, piazza la sua Ferrari in seconda fila, ma in gara si deve ritirare a causa di problemi alla trasmissione; in Italia, a Monza, in una gara impoverita dal ritiro dei team inglesi per la decisione di utilizzare l’anello ad alta velocità, raccoglie quello che sarà il suo primo e unico podio in una gara di Formula 1: terzo dietro le due Ferrari gemelle di Phil Hill e Richie Ginther.

Willy Mairesse alla 24 Ore di Le Mans del 1963.

Willy Mairesse alla 24 Ore di Le Mans del 1963.

Non male come primo anno, ma non è solo la Formula 1 che conta per lui.
Infatti l’anno seguente partecipa a sole due gare in Belgio e Francia, con una Lotus, senza raccogliere risultati di rilievo. È però nella categoria Sport in cui, come tanti altri piloti dell’epoca, raccoglie le maggiori soddisfazioni; corre ed è protagonista sulle piste più impegnative d’Europa: Spa, Nürburgring, Serbring. Vince il Tour de France nel 1960 e nel 1961 e la Targa Florio nel 1962 e nel 1966.

La fama di pilota aggressivo di Mairesse ha un nuovo impulso nel 1962, sempre a Spa, sempre con un pilota inglese, Trevor Taylor, altro duello all’ultimo centimetro e altra collisione.
La lotta tra Taylor su Lotus e Mairesse si protrae per parecchi giri, stanno lottando per il primo posto, per entrambi sarebbe la prima vittoria, per Willy sarebbe per di più a casa sua; il pubblico è tutto per lui, logico che un sanguigno come Mairesse non lasci nulla di intentato pur di stare davanti a ogni curva. Al 26° giro la Ferrari in fase di sorpasso tocca la Lotus di Taylor; le due vetture volano fuori strada a 180 km/h. Questa volta però è lui ad avere la peggio: la vettura di Mairesse prende fuoco, il pilota viene estratto in tempo, ma ha ustioni di secondo grado su tutto il corpo.

Niente, per uno con la voglia di correre come la sua.

Qualche mese dopo è di nuovo al volante di una Ferrari di Formula 1 a Monza. Ed è di nuovo protagonista di un altro duello, con Bruce McLaren, stavolta senza nessun contatto; finisce quarto mancando il podio per un soffio.

Willy Mairesse è tornato quello di prima; di nuovo in pista, di nuovo a non mollare mai.

L’anno successivo, il 1963, corre a Montecarlo, e quando la Formula 1 fa tappa a Spa per il tradizionale Gran Premio del Belgio, Willy fa capire a tutti che lui è veramente sempre lo stesso. In gara è subito addosso ai primi, gente che di nome fa Clark, Hill, Surtess, e solo un guasto meccanico lo blocca sul più bello, quando i primi due sono ormai a tiro.

Riprende a correre anche con il suo vero amore; le sport prototipi. Vince la 1000 km del Nürburgring su Ferrari in coppia John Surtees ed alla 24 Ore di Le Mans, sempre in coppia con John Surtees, la vittoria gli sfugge solo per un incidente che nelle modalità ha dell’incredibile: rimane seriamente ustionato a causa di un rabbocco di benzina fatto in tutta fretta che provoca l’incendio della sua macchina appena uscito dai box. Macchina distrutta e gara finita.
Questa è forse la prima volta che la delusione traspare dal suo volto; e non sono le ustioni che ancora una volta lo tengono per qualche settimana lontano sui circuiti.

Durante il GP di Germania dello stesso anno chiude definitivamente la sua esperienza con la Formula 1 con una bruttissima uscita al primo giro al Flugplatz. Un volo in mezzo ad un gruppo di spettatori e addetti al pronto soccorso; un giovane volontario della Croce Rossa muore colpito da una ruota staccatasi dalla Ferrari di Mairesse. Anche per il pilota le conseguenze sono piuttosto serie: è vivo, ma ha numerose fratture a gambe e braccia. In particolare il braccio destro è conciato male, nervi e muscoli rimangono seriamente lesionati, sono necessarie una serie di operazione e mesi di convalescenza prima di ritornare ancora una volta a fare la sola cosa che Willy vuole fare nella sua vita: correre.

Riprende il volante alla fine del 1964, sempre con le sport prototipi, dove la sua fame di velocità riesce a trovare sfogo senza troppi problemi. Gira per i circuiti di tutto il mondo, vince la 500 km di Spa nel 1965 con una Ferrari 250 LM privata, la Targa Florio del 1966 con la Porsche 908 della Scuderia Filippinetti. Nel 1967 alla 1000 km di Spa sotto il diluvio è l’unico con la Ferrari 330 P4 a contendere la vittoria all’astro nascente belga Jackie Ickx su Ford Gt 40.

Willy Mairesse alla 24 Ore di Le Mans del 1968.

Willy Mairesse alla 24 Ore di Le Mans del 1968.

Nel 1968, si trova fra le mani una Ford Gt 40 per la 24 Ore di Le Mans, una bella occasione per portarsi a casa quella vittoria sfiorata tante volte, una bella occasione per aggiungere alle sue vittorie quella più prestigiosa. In quegli anni la partenza era ancora sul tipo classico: macchine da una parte e piloti dall’altra… pronti! Via! Willy Mairesse scatta dalla sua posizione e si infila nell’abitacolo della sua Ford, si allaccia la cintura, chiude la portiera, accende il motore, movimenti meccanici, sincronizzati, quasi senza rendersene conto. In pochi secondi è con il piede a fondo sul rettilineo di Mulsanne, 300 km/h e non è ancora al massimo, ma al massimo mai ci arriverà. La portiera della sua Ford GT 40 si apre improvvisamente, Mairesse non controlla più la vettura, la Ford GT 40 telaio N° 1079 va a sbattere con violenza. Questo incidente sembra da subito più grave degli altri che hanno caratterizzato la sua carriera: la macchina è completamente distrutta, l’urto gli provoca gravi lesioni alla testa che lo fanno rimanere in coma per due settimane.

Willy Mairesse non ritornerà più quello di prima; questa volta no. Non si riprenderà più da quell’incidente: i danni cerebrali risulteranno tali da non permettergli più di tornare al volante di una macchina da corsa.

Sopravvissuto ad ogni genere d’incidente, consapevole di non poter più correre, si toglierà la vita in una camera d’albergo a Ostenda il 2 settembre del 1969.


Fonti:
The Fastlane – Willy Mairesse.
Mario Poltronieri (a cura di), La Storia della Formula 1, Edizioni Equipe, 1978.

(Andrea Corbetta)

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