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Loretto Petrucci

Loretto Petrucci

(18/08/1929, Capostrada, Pistoia, Italia)

Una giovane stella

Terra di grandi ciclisti, la Toscana. Da Gino Bartali a Gastone Nencini, da Franco Ballerini a Michele Bartoli: una cospicua parte del plotone è sempre costituita da atleti nati in quella magnifica terra. E’ toscano anche Loretto Petrucci, forse una delle più grandi “incompiute” del ciclismo nostrano. Pistoiese classe 1929, questo ragazzo, dopo la consueta trafila tra categorie giovanili e dilettanti, passa professionista appena ventenne con una delle squadre più forti dell’epoca: la Legnano diretta da quel genio di Eberardo Pavesi. Un paio di vittorie e una serie di ottimi piazzamenti nelle principali corse in linea, come il Giro del Piemonte e la Coppa Bernocchi, confermano le doti del ragazzo di Capostrada, che nel 1951 approda alla Taurea di Alfredo Martini. Dopo pochi mesi alla corte di quello che diventerà lo storico ct della nazionale azzurra, arriva la chiamata della Bianchi, la squadra del campionissimo Fausto Coppi.

Trionfi e parole…

Carattere verace e grintoso, Petrucci non arriva alla Bianchi con l’intenzione di fare il gregario di Coppi, ben sapendo che gli stessi dirigenti del team celeste lo hanno ingaggiato con un occhio al futuro, data l’età del Fausto da Castellania. Non è neanche ventitreenne quando, il 19 marzo 1952, attacca in compagnia di pochi altri coraggiosi sul Capo Berta, tipica ascesa della Milano-Sanremo, anticipando il capitano Coppi e gli altri grandi. Per un corridore dalle sue caratteristiche è uno scherzo vincere volate ristrette: la classica di primavera premia così il giovane toscano, primo davanti al romagnolo Minardi e al francese Blusson. Poco tempo dopo è secondo al Giro delle Fiandre, sconfitto solo da Roger Decock.

Passa un anno esatto, e il gruppo si ripresenta nuovamente al via della gara che segna l’apertura della stagione ciclistica. Stesso copione dell’anno precedente: Petrucci parte da lontano in barba a capitani e campioni vari, prima di piegare allo sprint nuovamente Minardi e il transalpino Olivier, in una volata di rara potenza. In quello stesso anno il buon Loretto vince anche la Parigi-Bruxelles, classica che all’epoca rivestiva una grande importanza. I due successi in terra ligure vengono però marcati da qualche parola di troppo del vincitore: “Sono io il campione, il più forte nelle corse in linea. Più di Coppi che a 34 anni è praticamente a fine carriera”. Apriti cielo.

Da solo, contro il “sistema”

Quel ciclismo italiano che aveva significato ben più di una speranza per un Paese uscito devastato nel corpo e nell’anima dal secondo conflitto mondiale si reggeva sugli epici duelli fra Coppi e Bartali. Quello stesso ciclismo era però basato anche su una sorta di “legge della giungla”: chi usciva da certi canoni, chi, con le sue esternazioni, andava a colpire direttamente i campioni più affermati, chi, come il toscano, era eccessivamente sicuro di sé e un po’ “spaccone” non poteva durare a lungo. Qualcuno ha affiancato a questo periodo della bicicletta il pesante aggettivo “mafioso”.

Un’uscita come quella di Petrucci non può essere tollerata. In primo luogo, deve lasciare la Bianchi, trasferendosi alla Lygie. Ma quello è senza dubbio il male minore. Siamo alla Sanremo 1954, alla quale il pistoiese si presenta con la solita certezza di essere il migliore, promettendo a tutti il tris. Per un campione come lui, più adatto di un fiammingo alle gare di un solo giorno, non pare un’ impresa così ardua. Il rivale principale è, chiaramente, quel Fausto Coppi che a dispetto dell’età aveva conquistato pochi mesi prima il Mondiale di Lugano. Tuttavia, sembra avere fortuna un’azione da lontano, della quale fanno parte tra gli altri anche il pistard Messina e Louison Bobet. Il sestetto viene artigliato nel finale dalla grande rimonta di Petrucci: un’azione degna del miglior Cancellara dei tempi recenti. Loretto non dovrebbe avere problemi ad imporsi su un gruppo così ristretto, viste le sue ben note doti di sprinter. La certezza svanisce clamorosamente sotto lo striscione dell’ultimo chilometro: il gruppo ripiomba sui fuggitivi, grazie alle tirate di un Fausto Coppi per il quale è più importante non far vincere Petrucci piuttosto che trionfare lui stesso. Anche a gruppo compatto il toscano ha buone chance di successo, difatti ai 300 metri esce al vento per anticipare un altro mago delle volate come Rik Van Steenbergen. Ma qualcosa non quadra. La pedalata si fa pesante, come se qualcuno lo stesse fermando volontariamente. Ed è esattamente così. Dietro di lui, con la mano appoggiata sulla sella di Loretto, c’è Pino Favero, storico gregario di Coppi, che con questo particolare metodo (illegale, ma ai tempi non esistevano replay e giurie) argina la forza dell’avversario e si dà lo slancio per la volata. Vince Van Steenbergen su Anastasi e il sorprendente Favero: solo quarto, per i motivi sopra detti, il favoritissimo Petrucci che al traguardo, imbufalito come non mai, deve essere fermato dai carabinieri per evitare che si faccia giustizia da sé.

Gli atti di ribellione continuano, e la “repressione” del gruppo risponde colpo su colpo. Tanto vale non fare più la vita da atleta, visto che, per quanto preparato sia, Loretto non “può” più vincere. La sua carriera tanto rapida quanto prodigiosa declina irrimediabilmente, fino ad interrompersi nel 1960 dopo anni di insuccessi e sofferenze. Il Giro del Lazio nel 1955 è l’ultimo acuto di Petrucci.

La “maledizione” di Sanremo

Petrucci vince la seconda ed ultima Sanremo nel 1953: solamente 17 anni dopo un italiano ripeterà l’impresa. Si tratta di Michele Dancelli, autore nel 1970 di una lunga e commovente fuga che spezza questo digiuno. Nel mezzo, un dominio franco-belga con Van Steenbergen, Van Looy, Merckx e Poulidor, con un giorno di gloria anche per lo sfortunatissimo britannico Tom Simpson. I “vecchi” Coppi e Bartali non riescono più a ripetere i trionfi di un tempo, Magni e i più giovani Adorni e Motta si devono accontentare di prestigiosi piazzamenti. Il vulcanico Vincenzo Torriani, storico organizzatore del Giro d’Italia e dunque anche della classica ligure, inserisce l’ascesa del Poggio per dare qualche chance agli azzurri e arginare la potenza degli sprinter stranieri. Niente da fare. Il patron considera Petrucci alla stregue di uno iettatore: non sopporta le interviste che il toscano, in quanto ultimo atleta nostrano ad aver vinto la Sanremo, rilascia a tutti i giornali ogni volta che si avvicina la grande corsa di San Giuseppe. Arriva addirittura ad invitarlo a rimanere a casa, a non presenziare nemmeno come spettatore. Insomma, Loretto, da campione affermato e ciarliero, era diventato una sorta di talismano portasfortuna, con una serie di divertenti  “botta e risposta” fra lui e l’organizzazione ad ogni edizione della classica sanremese. La fine dell’epopea di un corridore giovane e di successo ma che, dall’alto dei suoi trionfi, ha osato troppo, infrangendo codici e regole non scritte che però caratterizzavano il gruppo nel secondo dopoguerra.


Fonti
Lamberto Righi, Almanacco del Ciclismo 2002, Edimedia 2 Edizioni, 2002.
Beppe Conti, Ciclismo, Storie Segrete, Eco Sport, 2003.
it.wikipedia.org/Loretto Petrucci.
www.museodelciclismo.it.

Marco Regazzoni

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