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Archive for ottobre 2008

Speciale Federico Luzzi

Alessandro Nizegorodcew ha pubblicato sul suo blog Spazio Tennis un ricordo del tennista Federico Luzzi, scomparso improvvisamente il 25 ottobre 2008.

Sono disponibili i file audio (mp3) della puntata di “Ho Scelto lo Sport” dedicata allo sfortunato tennista, andata in onda su Nuova Spazio Radio il 28 ottobre.

All’interno di Spazio Tennis sono pubblicati anche altri articoli su Federico Luzzi.

Federico Luzzi e Alessandro Nizegorodcew

Federico Luzzi e Alessandro Nizegorodcew

(Storie di Sport)

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Vito Taccone

Vito Taccone

(8/05/1940, Avezzano, L’Aquila, Italia – 15/10/2007 Avezzano, L’Aquila, Italia)

Chi mi accusa? Devi essere tu, Fernando Manzaneque, con quei connotati da delatore che ti ritrovi!

Giovane e vincente

Il ciclismo italiano ha sempre avuto in Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Toscana le sue fucine inesauribili di campioni. Nonostante ciò, di tanto in tanto anche il piccolo Abruzzo, terra di poeti e pastori, di mari accoglienti e monti innevati, sforna qualche grande ciclista. Danilo Di Luca, tanto per fare un nome: il vincitore più meridionale nella storia del Giro d’Italia è pescarese di Spoltore. Ma negli anni ’60, epoca in cui i grandi giri erano appannaggio di Anquetil, Gimondi e Merckx, un giovane abruzzese incantava i tifosi con i suoi numeri in salita. Era Vito Taccone. Nato ad Avezzano, nel cuore della montuosa Marsica, l’8 maggio 1940, questo ragazzo da giovane fa il garzone del fornaio del paese, effettuando le consegne in bicicletta, su e giù per il Monte Salviano. Passa professionista ad appena 21 anni con la gloriosa Atala, squadra dall’imponente passato. Da neoprofessionista partecipa al Giro d’Italia e gli bastano solo dieci tappe per far comprendere che tipo di corridore sia. E’ il 30 maggio, si arriva a Potenza: lo sconosciuto abruzzese, in compagnia di Junkermann, fa il vuoto sulla salita lucana e batte allo sprint il tenace scalatore tedesco. Vince con una dedica speciale per il povero Alessandro Fantini, anche lui abruzzese di Fossacesia, deceduto poche settimane prima a Treviri a causa di una rovinosa caduta mentre disputava lo sprint per quella tappa del Giro di Germania. Taccone chiude la corsa rosa al quindicesimo posto, conquistando anche l’ambita maglia verde di miglior scalatore, ma la sua stagione non è certo finita lì. Due tappe e la classifica finale alla Tre Giorni del Sud confermano il suo valore ogni volta che la strada sale e sono il preambolo a quello che sarà uno dei più grandi capolavori della sua carriera: il Giro di Lombardia. Quell’anno la corsa delle foglie morte affronta il durissimo Muro di Sormano, nei pressi di Asso: sono 1700 metri al 17%, con punte anche al 25%, affrontato subito dopo il leggendario Ghisallo. Una salita dove si sente veramente il battito cardiaco rimbombare nelle tempie. Chi meglio di Vito Taccone può domarlo? Nessuno. Nonostante un lieve distacco accusato in vetta, è proprio il giovane abruzzese a trionfare, con una grande rimonta nel finale, sul traguardo dello stadio Senigallia di Como, precedendo Massignan e Fontana. L’apoteosi di una stagione da incorniciare.

La leggenda del “Camoscio d’Abruzzo”

I grandi successi della prima stagione da professionista fanno in modo che Taccone sia tra i favoriti al via del quarantacinquesimo Giro d’Italia, nel 1962. La corsa rosa regala parecchi piazzamenti all’abruzzese (secondo all’Aprica e a Valdostane, terzo a Panicagliora) senza però dargli la gioia di un successo parziale: a ciò, si aggiunge l’amarezza per il quarto posto nella classifica finale a pochi secondi dal terzo classificato Nino Defilippis. L’unico acuto di quella stagione un po’ sotto le aspettative è il Giro del Piemonte, che conferma come Taccone possa ambire non solo alle frazioni alpine dei grandi giri, ma anche alle corse in linea dal percorso vallonato e selettivo.

La dea bendata è però intenzionato a ripagare l’abruzzese delle delusioni della stagione precedente. Nel 1963 veste la maglia Lygie e punta nuovamente sul Giro d’Italia. Il successo in primavera al Giro di Toscana dimostra la sua crescente condizione in vista della corsa rosa. Taccone sa che le sue doti non proprio eccelse di cronoman gli proibiranno di vincere una grande corsa a tappe, ma è anche ben conscio delle sue doti fuori dal comune ogni volta che la strada si arrampica. Si fa già a vedere nelle prime tappe, con un secondo posto a Pescara per il “suo” pubblico al termine di una lunga fuga fra Rionero Sannitico e Roccaraso. Ma è verso la metà di quella corsa che si scatena in tutta la sua forza. Asti, il santuario di Oropa, Leukerbad e Saint Vincent: quattro tappe consecutive, in cui Taccone dimostra la sua incredibile facilità di pedalata in salita e una sorprendente abilità nel vincere volate di gruppo ristrette (chiedere ad Adorni e Balmamion, più volte piazzati in questi quattro giorni). Nasce così la leggenda del Camoscio d’Abruzzo: proprio come il caprino caratteristico di Majella e Gran Sasso, Taccone si arrampica con leggerezza sulle montagne. Più la strada si inerpica, più il buon Vito fa la differenza: uno scalatore puro, di quelli che infiammano le folle. Anche la terzultima tappa, con arrivo a Moena, lo vede trionfare, suggellando così un’incredibile cinquina che però non gli vale più del sesto posto in classifica finale, ad oltre dieci minuti dal vincitore Franco Balmamion, essenzialmente a causa di una brutta caduta nella prima tappa che non gli impedisce tuttavia di aggiudicarsi la maglia verde di miglior scalatore. Leggendari, in quell’anno magico, i suoi duetti ricchi di sarcasmo con Sergio Zavoli, conduttore del celeberrimo “Processo alla Tappa”. Perché Vito, ragazzo cresciuto tra mille difficoltà e mille sacrifici nel cuore dell’Abruzzo, è così, sanguigno, focoso e istintivo come pochi. Entra di diritto nella storia anche della televisione italiana con questa frase: “Devo essere lupo perché ho fame, la mia famiglia ha sempre avuto fame. Ogni vittoria è una rapina”.

Massignan e Taccone sul Muro di Sormano, Giro di Lombardia 1961

Massignan e Taccone sul Muro di Sormano, Giro di Lombardia 1961

Lasciata la Lygie, Taccone corre per due anni con la Salvarani, squadra che ha già in rosa due grandi campioni come Arnaldo Pambianco e Vittorio Adorni: in questa sua nuova avventura lo segue il suo storico gregario Antonio Franchi. Il classico squillo primaverile, stavolta al Giro di Campania, inaugura il 1964 del Camoscio, che al Giro d’Italia, tormentato da problemi fisici, si deve “accontentare” del successo di Parma. Si presenta con intenzioni battagliere al Tour de France, e il terzo posto in avvio ad Amiens lo conferma. Purtroppo, non si limita agli scontri fatti di pedalate, scatti e controscatti. Lui, abruzzese orgoglioso, infiamma i suoi tifosi anche a parole (come visto l’anno precedente), con il suo modo di fare un po’ guascone e un po’ ribelle. Ecco spiegata la scazzottata, nel bel mezzo di quella Grande Boucle, con lo spagnolo Fernando Manzaneque. Qualche provocazione di troppo e Taccone scende di bicicletta nel cuore di una tappa per gettarsi sul povero spagnolo. Dopo quella vicenda, il Camoscio decide di non prendere più parte alla corsa transalpina.

Nel 1965 la vittoria alla Milano-Torino di marzo promette bene, ma al Giro d’Italia chiude per ben quattro volte al secondo posto (in realtà la tappa di Maratea lo vede vincitore, ma qualche scorrettezza di troppo in volata, tanto per cambiare, lo fa retrocedere al secondo posto).

Gli ultimi acuti di una carriera breve ma fenomenale al tempo stesso arrivano nel 1966, in maglia Vittadello, a fianco di quello che diventerà un guru del ciclismo nostrano come Franco Cribiori. Una fucilata al Giro di Svizzera fa da preambolo al Giro d’Italia. Prima tappa, volata a Diano Marina e vittoria del Camoscio davanti a Mealli e Zandegù. Per la prima e unica volta, Taccone veste la tanto ambita maglia rosa, ma le soddisfazioni di quel Giro terminano lì. La stagione viene completata dal successo al Trofeo Matteotti nel suo Abruzzo.

Dal 1967 al 1969 veste la maglia Germanvox e nel 1970 quella della Cosatto-Marsicano. Sfortunatamente, il Camoscio ha alle spalle i propri anni migliori e coglie l’ultimo trionfo al circuito di Chieti nel 1967, anno in cui è secondo al campionato italiano. Per il resto, tanti secondi e terzi posti nelle tappe del Giro d’Italia e in varie classiche del calendario nazionale, ma non ha più la brillantezza necessaria per fare la differenza e lasciare indietro i rivali.

I guai giudiziari degli ultimi anni

Lasciato l’agonismo, Taccone intraprende varie attività imprenditoriali ma torna spesso alla ribalta non tanto per i suoi successi in campo aziendale, quanto per le vicende giudiziarie. Nel 1973 viene denunciato per una rissa ad Avezzano causata da “futili motivi” in cui sono coinvolte altre 10 persone; verrà condannato a 3 anni e mezzo ma otterrà l’amnistia nel 1982. Altri guai giungono nel 1985, quando finisce in manette per aver partecipato ad un raid punitivo contro un hotel abruzzese per una vicenda di bische clandestine e assegni a vuoto. Grandissimo tifoso del corregionale Danilo Di Luca, Taccone riappare sulla cronaca giudiziaria nel 2007 in quanto accusato di associazione per delinquere finalizzata al commercio di capi di abbigliamento contraffatti o provenienti da furti e ricettazione. Lui, con quella pancia un po’ esagerata e quei capelli “bianchi come la neve della Majella”, si proclama innocente e compie gesti clamorosi come ammanettarsi davanti al Tribunale. Forse a causa dello stress procurato dalle vicende giudiziarie, le sue condizioni di salute peggiorano rapidamente: il 15 ottobre di quello stesso 2007, a causa di un infarto, finisce l’epopea del Camoscio d’Abruzzo. Battagliero in corsa e personaggio unico fuori, Taccone è passato alla storia come uno dei migliori interpreti della grande tradizione italiana di scalatori, quegli atleti agili e scattanti che incendiano la folla ad ogni scatto, veri idoli degli appassionati perché affrontano con leggerezza impressionante quelle montagne che i “comuni mortali” riescono a scalare solo con enorme fatica. In Abruzzo viene tuttora ricordato come un atleta simbolo del popolo: figlio di contadini, con le sue vittorie e la sua spontaneità nel parlare ha rappresentato il riscatto per quella terra magnifica, devastata dagli orrori della guerra e della povertà.


Fonti
Davide Cassani, Nuovo Almanacco del Ciclismo 2005, Gianni Marchesini Editore, 2005.
“Arrestato Vito Taccone”, Gazzetta dello Sport, 14/06/2007.
Gianni Ranieri, “Taccone, l’ultima salita del ribelle in bicicletta”, La Stampa, 16/10/2007.
http://www.suipedali.it/articolo/vito-taccone-e-morto-la-storia-del-camoscio-dabruzzo/175/.
http://www.ilciclismo.it/dev/index.php/app/ilciclismo/ilciclismoID/session/mod/pages_news_details/page_id/7410/chapter_id/4.
http://www.museodelciclismo.it.

Marco Regazzoni

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Loretto Petrucci

Loretto Petrucci

(18/08/1929, Capostrada, Pistoia, Italia)

Una giovane stella

Terra di grandi ciclisti, la Toscana. Da Gino Bartali a Gastone Nencini, da Franco Ballerini a Michele Bartoli: una cospicua parte del plotone è sempre costituita da atleti nati in quella magnifica terra. E’ toscano anche Loretto Petrucci, forse una delle più grandi “incompiute” del ciclismo nostrano. Pistoiese classe 1929, questo ragazzo, dopo la consueta trafila tra categorie giovanili e dilettanti, passa professionista appena ventenne con una delle squadre più forti dell’epoca: la Legnano diretta da quel genio di Eberardo Pavesi. Un paio di vittorie e una serie di ottimi piazzamenti nelle principali corse in linea, come il Giro del Piemonte e la Coppa Bernocchi, confermano le doti del ragazzo di Capostrada, che nel 1951 approda alla Taurea di Alfredo Martini. Dopo pochi mesi alla corte di quello che diventerà lo storico ct della nazionale azzurra, arriva la chiamata della Bianchi, la squadra del campionissimo Fausto Coppi.

Trionfi e parole…

Carattere verace e grintoso, Petrucci non arriva alla Bianchi con l’intenzione di fare il gregario di Coppi, ben sapendo che gli stessi dirigenti del team celeste lo hanno ingaggiato con un occhio al futuro, data l’età del Fausto da Castellania. Non è neanche ventitreenne quando, il 19 marzo 1952, attacca in compagnia di pochi altri coraggiosi sul Capo Berta, tipica ascesa della Milano-Sanremo, anticipando il capitano Coppi e gli altri grandi. Per un corridore dalle sue caratteristiche è uno scherzo vincere volate ristrette: la classica di primavera premia così il giovane toscano, primo davanti al romagnolo Minardi e al francese Blusson. Poco tempo dopo è secondo al Giro delle Fiandre, sconfitto solo da Roger Decock.

Passa un anno esatto, e il gruppo si ripresenta nuovamente al via della gara che segna l’apertura della stagione ciclistica. Stesso copione dell’anno precedente: Petrucci parte da lontano in barba a capitani e campioni vari, prima di piegare allo sprint nuovamente Minardi e il transalpino Olivier, in una volata di rara potenza. In quello stesso anno il buon Loretto vince anche la Parigi-Bruxelles, classica che all’epoca rivestiva una grande importanza. I due successi in terra ligure vengono però marcati da qualche parola di troppo del vincitore: “Sono io il campione, il più forte nelle corse in linea. Più di Coppi che a 34 anni è praticamente a fine carriera”. Apriti cielo.

Da solo, contro il “sistema”

Quel ciclismo italiano che aveva significato ben più di una speranza per un Paese uscito devastato nel corpo e nell’anima dal secondo conflitto mondiale si reggeva sugli epici duelli fra Coppi e Bartali. Quello stesso ciclismo era però basato anche su una sorta di “legge della giungla”: chi usciva da certi canoni, chi, con le sue esternazioni, andava a colpire direttamente i campioni più affermati, chi, come il toscano, era eccessivamente sicuro di sé e un po’ “spaccone” non poteva durare a lungo. Qualcuno ha affiancato a questo periodo della bicicletta il pesante aggettivo “mafioso”.

Un’uscita come quella di Petrucci non può essere tollerata. In primo luogo, deve lasciare la Bianchi, trasferendosi alla Lygie. Ma quello è senza dubbio il male minore. Siamo alla Sanremo 1954, alla quale il pistoiese si presenta con la solita certezza di essere il migliore, promettendo a tutti il tris. Per un campione come lui, più adatto di un fiammingo alle gare di un solo giorno, non pare un’ impresa così ardua. Il rivale principale è, chiaramente, quel Fausto Coppi che a dispetto dell’età aveva conquistato pochi mesi prima il Mondiale di Lugano. Tuttavia, sembra avere fortuna un’azione da lontano, della quale fanno parte tra gli altri anche il pistard Messina e Louison Bobet. Il sestetto viene artigliato nel finale dalla grande rimonta di Petrucci: un’azione degna del miglior Cancellara dei tempi recenti. Loretto non dovrebbe avere problemi ad imporsi su un gruppo così ristretto, viste le sue ben note doti di sprinter. La certezza svanisce clamorosamente sotto lo striscione dell’ultimo chilometro: il gruppo ripiomba sui fuggitivi, grazie alle tirate di un Fausto Coppi per il quale è più importante non far vincere Petrucci piuttosto che trionfare lui stesso. Anche a gruppo compatto il toscano ha buone chance di successo, difatti ai 300 metri esce al vento per anticipare un altro mago delle volate come Rik Van Steenbergen. Ma qualcosa non quadra. La pedalata si fa pesante, come se qualcuno lo stesse fermando volontariamente. Ed è esattamente così. Dietro di lui, con la mano appoggiata sulla sella di Loretto, c’è Pino Favero, storico gregario di Coppi, che con questo particolare metodo (illegale, ma ai tempi non esistevano replay e giurie) argina la forza dell’avversario e si dà lo slancio per la volata. Vince Van Steenbergen su Anastasi e il sorprendente Favero: solo quarto, per i motivi sopra detti, il favoritissimo Petrucci che al traguardo, imbufalito come non mai, deve essere fermato dai carabinieri per evitare che si faccia giustizia da sé.

Gli atti di ribellione continuano, e la “repressione” del gruppo risponde colpo su colpo. Tanto vale non fare più la vita da atleta, visto che, per quanto preparato sia, Loretto non “può” più vincere. La sua carriera tanto rapida quanto prodigiosa declina irrimediabilmente, fino ad interrompersi nel 1960 dopo anni di insuccessi e sofferenze. Il Giro del Lazio nel 1955 è l’ultimo acuto di Petrucci.

La “maledizione” di Sanremo

Petrucci vince la seconda ed ultima Sanremo nel 1953: solamente 17 anni dopo un italiano ripeterà l’impresa. Si tratta di Michele Dancelli, autore nel 1970 di una lunga e commovente fuga che spezza questo digiuno. Nel mezzo, un dominio franco-belga con Van Steenbergen, Van Looy, Merckx e Poulidor, con un giorno di gloria anche per lo sfortunatissimo britannico Tom Simpson. I “vecchi” Coppi e Bartali non riescono più a ripetere i trionfi di un tempo, Magni e i più giovani Adorni e Motta si devono accontentare di prestigiosi piazzamenti. Il vulcanico Vincenzo Torriani, storico organizzatore del Giro d’Italia e dunque anche della classica ligure, inserisce l’ascesa del Poggio per dare qualche chance agli azzurri e arginare la potenza degli sprinter stranieri. Niente da fare. Il patron considera Petrucci alla stregue di uno iettatore: non sopporta le interviste che il toscano, in quanto ultimo atleta nostrano ad aver vinto la Sanremo, rilascia a tutti i giornali ogni volta che si avvicina la grande corsa di San Giuseppe. Arriva addirittura ad invitarlo a rimanere a casa, a non presenziare nemmeno come spettatore. Insomma, Loretto, da campione affermato e ciarliero, era diventato una sorta di talismano portasfortuna, con una serie di divertenti  “botta e risposta” fra lui e l’organizzazione ad ogni edizione della classica sanremese. La fine dell’epopea di un corridore giovane e di successo ma che, dall’alto dei suoi trionfi, ha osato troppo, infrangendo codici e regole non scritte che però caratterizzavano il gruppo nel secondo dopoguerra.


Fonti
Lamberto Righi, Almanacco del Ciclismo 2002, Edimedia 2 Edizioni, 2002.
Beppe Conti, Ciclismo, Storie Segrete, Eco Sport, 2003.
it.wikipedia.org/Loretto Petrucci.
www.museodelciclismo.it.

Marco Regazzoni

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