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Posts Tagged ‘rugby’

Cari lettori,

17.000 visite in meno di un anno non ce le aspettavamo proprio.

Un blog così ostico per i contenuti, decisamente poco mainstream e che fatica ad ammiccare al grande pubblico ha avuto un successo francamente insperato.

Mai avrei pensato che l’idea di un pomeriggio di noia, passato a sbuffare per la banalità dei siti internet e dei quotidiani sportivi che ripropongono sempre le stesse cose, sempre le stesse storie, sempre le stesse polemiche, sempre gli stessi scoop ed interviste “esclusive” senza mai approfondire alcunchè, potesse raccogliere un tale consenso di lettori.

La voglia di trovare quel qualcosa che non trovavo da nessuna parte ha partorito questo blog che si è rivelato per molti un piacevole diversivo di una vita sportivamente piatta, un’occasione per riscoprire fatti e personaggi sepolti nella memoria, la trasgressione di un ricordo che riaffiora, di quel calciatore che giocò 3 minuti in Serie A e chissà che fine ha fatto, di quella partita scivolata via in un trafiletto della rosea.

Da domani, venerdì 15 maggio, cambiamo indirizzo.

SportVintage.it sarà la nuova casa di un progetto che rimarrà immutato negli obiettivi e nella qualità dei contenuti, cercando sempre di soddisfare la curiosità e la passione sportiva del lettore che non si accontenta del gossip e delle polemiche da bar.

Inutile dirvi cosa troverete, lo sapete già. Piuttosto, voglio ringraziare tutte le persone che hanno avuto contatti più o meno ravvicinati con questo blog.

Andrea Salvarani mi ha dato il supporto decisivo per aprire il blog e solo per motivi di salute non ha potuto prendervi parte. Senza di lui, probabilmente, non avrei mai avuto il coraggio di provarci.

Alex è stato il primo autore ad aggregarsi, ma trovandosi in un periodo travagliato della sua vita, ha potuto scrivere un solo, breve, pezzo. Oggi è ancora oberato di lavoro e gli auguro ogni bene possibile per la sua carriera professionale, già ottimamente avviata.

Giuseppe e Damiano sono stati due autori che hanno creduto nel progetto, buttandovi anima e corpo, e mi seguiranno nella nuova avventura con compiti più ampi. Il sito non poteva trovare mani migliori in cui stare. Anche il nostro grafico Ferdinando, scampato (almeno fisicamente) alla tragedia che ha colpito L’Aquila e parte dell’Abruzzo, mi seguirà nel nuovo progetto e continuerà a deliziare le nostre pupille con lavori grafici d’impatto e qualità.

Giorgio, Francesco e Giuseppe Maddinelli hanno dato il loro determinante contributo al blog, con una eccezionale disponibilità. Impegni lavorativi e di studio non gli consentono di seguirci continuando ad essere stabilmente nel team, ma i contatti rimangono attivi e valuteremo con piacere ogni pezzo che vorranno proporci. Anche loro sono stati dei mattoni imprescindibili per la costruzione del blog.

Andrea e Marco continueranno a scrivere stabilmente per noi, impreziosendo il sito con il loro stile fresco e la loro passione e competenza. Un ringraziamento è d’obbligo per il tempo speso e per la disponibilità con cui si sono messi “al servizio” del blog: sono due autori poco appariscenti, silenziosi, ma che offrono un contributo determinante. Siamo entusiasti della loro volontà di continuare con noi.

Un ringraziamento anche ad Andrea Bacci che si è interessato molto al blog, dando addirittura disponibilità alla pubblicazione di un suo libro. A quanto pare gli abbiamo portato fortuna, dato che poco dopo il libro è stato riconsiderato da qualche casa editrice. In ogni caso il fatto di aver puntato così tanto sul blog merita un ringraziamento davvero speciale.

Da domani, dunque, si cambia casa. Noi saremo sempre lì a scrivere, voi sapete dove trovarci. Ci contiamo.

Christian Tugnoli

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Marc Cécillon

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La Calcutta Cup è uno dei vari trofei “minori” che vengono assegnati nell’ambito del Sei Nazioni. A contenderselo dal 1879 sono le nazionali di Scozia e Inghilterra, i primi paesi in cui il rugby dei primordi si diffuse ed ebbe modo di svilupparsi nelle sue varianti.

Calcutta Cup

Calcutta Cup

La Storia: dall’India a Piccadilly Circus

Nel 1872 l’India era una colonia posta sotto il diretto dominio della Corona Britannica. Sei anni prima la Regina Vittoria era stata proclamata Imperatrice in virtù della completa annessione del territorio indiano, in precedenza controllato dalla potente Compagnia delle Indie Orientali.

Come erano soliti fare i britannici una volta installate le loro basi portuali vi spedivano i loro amministratori e funzionari, spesso accompagnati da guarnigioni militari. La città di Calcutta (dal 2001 Kolkata) non faceva eccezione: era situata sul delta fiume Gange e fungeva da base di appoggio per le colonie australi.

Il giorno di Natale di quell’anno si giocò un match tra una formazione di 20 coloni inglesi (la Rugby Football Union decise qualche anno più tardi di ridurre il numero di giocatori fino a 15 elementi) e una mista composta da scozzesi, gallesi e irlandesi. L’incontro richiamò una discreta cornice di pubblico e pertanto si optò per la ripetizione dello stesso, una settimana dopo, che sortì il medesimo risultato. Il rugby, al pari degli esploratori portoghesi  del quindicesimo secolo, aveva circumnavigato l’Africa ed era giunto nell’umido subcontinente indiano.

Nel Gennaio dell’anno seguente si decise quindi fondare il Calcutta Football Club all’interno del Calcutta Cricket Club, esistente già dal 1792, e di procedere con l’affiliazione alla federazione inglese, la Rugby Football Union. Complice anche la presenza di una divisione dell’esercito di stanza nella città il club ebbe un notevole afflusso di soci (137) che gli consentì, nei primi anni, di prosperare.

Tuttavia il clima estremamente umido non rappresentava l’ideale per la pratica del rugby, gli autoctoni sembravano infatti preferire il tennis e il cricket, ritenuti più adatti alle condizioni atmosferiche del luogo, lasciando il rugby nelle mani dei funzionari, commercianti e soldati inglesi. Inoltre il trasferimento a sud della divisione britannica comportò una drastico calo dei soci del club, che riuscì a tirare avanti fino alla fine del 1877, quando i pochi membri rimasti decisero di fare ritorno nella madrepatria.

Il 20 Dicembre in una lettera indirizzata alla federazione il capitano e segretario del club G.A. James Rothney annunciava lo scioglimento del club (poi ricostituito nel 1884). Il conto in banca della squadra venne chiuso e il saldo fu ritirato in 60 rupie d’argento dalle quali si volle ricavare un oggetto d’arte, a ricordo della loro permanenza in India. Le rupie vennero così consegnate ad un artigiano locale che le fuse in una coppa alta 18 pollici (45 cm) cesellata finemente secondo i metodi tradizionali e posta su una base in legno sulla quale venne applicata una placca che recitava “The Calcutta Cup, presented to the Rugby Football Union by the Calcutta Football Club as an international challenge cup to be played for annually by England and Scotland. 1878”1 . I tre manici assumevano invece la forma di tre cobra reali, mentre il coperchio era sormontato da un elefante, animale simbolo dell’India.

Dal 1879 su indicazione della RFU la coppa sarebbe stata messa in palio ogni anno in occasione del test match tra Inghilterra e Scozia. La squadra vincitrice avrebbe potuto custodire il trofeo fino all’incontro successivo in cui lo avrebbe rimesso in palio.
In occasione della sfida del 1897 la Scozia, forte di una scia di 4 vittorie consecutive, si presentò senza la coppa, e perse. Da quell’anno la coppa viene conservata in una vetrina di un gioielliere di Abermale Street, a pochi passi da Piccadilly Circus a Londra.

Disegno raffigurante l'edizione 1892 della Calcutta Cup: alla fine prevarrà l'Inghilterra

Un uso “improprio” della Calcutta Cup

Dopo l’incontro del 1988 che vide prevalere la nazionale inglese la coppa fu danneggiata da un gruppo di giocatori, sia scozzesi che inglesi, che la usarono come pallone da rugby sulla Princes Street di Edimburgo, probabilmente confusi dai fumi dell’alcol. I principali responsabili di questo “crimine” furono individuati da un’indagine congiunta delle due federazioni in Dean Richards (Inghilterra) e John Jeffrey (Scozia), quest’ultimo soprannominato “White Shark” (Squalo Bianco) per via dei suoi capelli albini. Lo scozzese venne squalificato per sei mesi dalla Scottish Rugby Union e nonostante fosse stato convocato per il tour dei British and Irish Lions non venne mai schierato nelle partite valide come “Test Match”, ma solo in quelle infrasettimanali. Richards dal canto suo se la cavò con una squalifica minima: una settimana.

La coppa venne poi riparata ed esposta al museo del rugby di Twickenham, e data la sua fragilità, dovuta principalmente all’incuria, ne vennero poi prodotte due copie affinchè entrambe le federazioni potessero esporre il trofeo nelle rispettive bacheche senza rischi.


1 La Calcutta Cup, donata alla Rugby Football Union dal Calcutta Football Club come trofeo internazionale da contendersi ogni anno tra Inghilterra e Scozia. 1878

Fonti

http://en.wikipedia.org/wiki/Calcutta_Cup
http://www.seinazioni.altervista.org/calcuttacup.htm
http://www.rugbyfootballhistory.com/trophys.htm
http://www.ccfc1792.com/heritage.asp

(Giorgio Pontico)

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Stefano Bettarello

Stefano Bettarello

(02/04/1958, Rovigo, Italia)

Quando Stefano Bettarello si presentò alla reception di un hotel al centro di Cardiff ebbe non pochi problemi a farsi dare la chiave della camera a lui assegnata. Era il 1987 e il mediano d’apertura della Benetton Treviso e dell’Italia partecipava per la prima volta al tour dei Barbarians, la più celebre selezione ad inviti del panorama rugbistico mondiale.
L’impiegata dell’albergo probabilmente non avrebbe mai immaginato di trovare un italiano all’interno di una rappresentativa quasi sempre composta da giocatori di origine anglosassone.

Ovviamente dopo l’imbarazzo iniziale, risolto contattando il direttore dell’albergo, Bettarello ebbe la sua camera, e non solo. Dopo il leggero allenamento pomeridiano i giocatori si ritrovarono per la cena, durante la quale David Pickering, storico capitano del Galles anni ’80, comunicò al ventinovenne rodigino che per la prima partita contro il Cardiff sarebbe stato lui il titolare della maglia numero 10. Si realizzava un sogno insperato sia per il mediano azzurro, che mai si sarebbe aspettato di partire tra i quindici titolari, sia per l’intero movimento ovale d’Italia, che per la prima volta poteva vantare un suo “figlio” tra le fila dei mitici Barbarians.

Il 18 Aprile Stefano Bettarello ascoltò come tutti “God save the Queen” e poi guidò sapientemente i backs bianconeri, tra cui spiccavano giocatori del calibro di Will Carling e John Orwin, conquistando i tifosi e i cronisti accorsi a migliaia in quell’Arms Park che oggi non c’è più. Giocò una partita perfetta, contornata da un’ineccepibile prestazione al piede: 3 trasformazioni e 2 calci di punizione, per un totale di 12 punti che tuttavia non bastarono per avere la meglio su una squadra affiatata come il Cardiff. L’incontro finì 33 a 24 per i padroni di casa ma l’impressione data da Stefano fu talmente positiva che ogni pregiudizio di stampo britannico cadde definitivamente. Infatti per il suo compleanno i suoi compagni fecero confezionare una torta con il classico “Happy Birthday” scritto con la cioccolata fusa, a testimonianza del fatto che ogni barriera psicologica era definitivamente crollata: Stefano Bettarello era diventato un “Barbarian” a tutti gli effetti, e l’Italia cominciava la sua scalata nel gotha del rugby mondiale. Manterrà il posto in squadra anche nel vittorioso match contro Swansea e si conquisterà la seconda chiamata l’anno successivo, collezionando alla fine 4 presenze e 43 punti segnati.

Stefano aveva un fisico minuto: meno di 70 chili distribuiti in un metro e settantatrè. Nel rugby moderno, dove si incontrano aperture “fisicate” come il sudafricano Butch James, non avrebbe trovato molto spazio ma per quello che era il gioco degli anni ’80 il suo fisico era più che sufficiente. La sua arma segreta erano i calci piazzati: era dotato di un piede assai preciso e capace di una “botta” da oltre 50 metri che gli consentì di segnare dal ’76 al ’94 qualcosa come 3206 punti nel campionato italiano con le casacche di Rovigo, Mogliano, Treviso e sul finire della carriera di Livorno e Casale: un record infranto nel 2008 da un altro rodigino, Andrea “Pepe” Scanavacca.

Rovigo, storico bastione del rugby veneto, era la città che il 2 Aprile 1958 gli aveva dato i natali e dove aveva conseguito risultati straordinari come 1356 punti segnati in 127 partite. Dalla stagione 83/84 si trasferì alla Benetton Treviso, unica squadra che in quel momento poteva mettere in discussione lo strapotere di un Petrarca Padova 5 volte campione negli anni ‘80, e mantenne la maglia azzurra numero 10 ben salda sulle spalle, disputando tutte le edizioni della Coppa FIRA ininterrottamente per 11 anni.

Le soddisfazioni ottenute con i Barbarians e con il club non gli bastarono però per essere incluso nel gruppo azzurro che affrontò la prima avventura mondiale del 1987 organizzata in Nuova Zelanda e Australia. Venne messo da parte dal CT Marco Bollesan, il quale gli preferì lo “svizzero” Oscar Collodo.

Chiuse definitivamente la sua carriera con la Nazionale il 3 Dicembre 1988, con 55 apparizioni e 483 punti realizzati mentre il ritiro definitivo dal rugby giocato avvenne alla fine del 1994, quando nel suo palmares figuravano 4 scudetti, 2 con il “suo” Rovigo e 2 con Treviso, e quelle 4 storiche presenze con i Barbarians.


Fonti
http://www.posserossoblu.it/default.asp?content=article&articoli_id=116
http://www.scrum.com/1200_1205.php?player=32463&includeref=dynamic
http://fr.wikipedia.org/wiki/Stefano_Bettarello

(Giorgio Pontico)

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